April 28, 2010

Souvenir d’Italie. A nonprofit art story

Viafarini DOCVA è lieta di annunciare che dal 14 al 16 maggio partecipa alla seconda edizione del festival degli spazi indipendenti No Soul For Sale – a festival of independents, che dopo il successo registrato a New York l’anno scorso, si trasferisce a Londra, nei monumentali spazi della Turbine Hall della Tate Modern.

In questa occasione Viafarini presenta in anteprima Souvenir d’Italie. A nonprofit art story, una pubblicazione edita da Mousse Publishing, che vuole raccontare la storia e i protagonisti del mondo dell’arte contemporanea in Italia dal 1991 ad oggi, letti attraverso le lenti della storica realtà nonprofit italiana. Una raccolta di testimonianze, documenti, immagini e testi inediti che si articola in 17 capitoli.

Sabato 15 maggio, alle ore 16.30, all’intero dell’area predisposta sul piano rialzato della Turbine Hall, ci sarà la presentazione del libro, unitamente a una bizzarra lotteria di un’altra tipologia di Souvenir d’Italie.

No Soul For Sale, concepito da Maurizio Cattelan, Cecilia Alemani e Massimiliano Gioni, rientra nel programma che celebra il decimo anniversario della Tate Modern e ha luogo nell’immensa Turbine Hall, a metà tra una galleria e una strada coperta.
Per celebrare lo spirito iconico di questo luogo sono stati invitati 70 tra collettivi e spazi indipendenti, da Shanghai a Praga, a realizzare progetti specifici per questo festival globale dell’arte.
No soul For Sale riempirà la Turbine Hall per tre giorni, con un eclettico mix di eventi artistici sperimentali, performance, musica e film. La galleria sarà aperta fino a mezzanotte di venerdì 14 e sabato 15 per eventi notturni con ospiti speciali.
Oltre a Viafarini hanno confermato la loro presenza tra gli altri: ArtHub (Shanghai), Artists Space (New York), e-flux (Berlin), PiST (Istanbul), Latitudes (Barcelona), no.w.here (London), Loop (Seoul), The Royal Standard (Liverpool), Tranzit (Prague), White Columns (New York) e Y3K (Melbourne).

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Souvenir dʼItalie. A nonprofit art story
A cura di Patrizia Brusarosco e Milovan Farronato
Edito da Mousse Publishing
392 pp., colori

Testi di Cecilia Alemani, Michela Arfiero, Stefano Baia Curioni, Chiara Bertola, Elena Bordignon, Giulia Brivio, Patrizia Brusarosco, Barbara Casavecchia, Luca Cerizza, Gail Cochrane, Giulio Ciavoliello, Anna Daneri, Roberto Daolio, Vincenzo De Bellis, Emanuela De Cecco, Giacinto Di Pietrantonio, Milovan Farronato, Davide Ferri, Beppe Finessi, Alessandra Galasso, Alesandra Galletta, Francesco Garutti, Mario Gorni, Elio Grazioli, Antonio Grulli, Andrea Lissoni, Simone Menegoi, Guido Molinari, Paola Nicolin, Hans Ulrich Obrist, Lisa Parola, Francesca Pasini, Cloe Piccoli, Alessandra Pioselli, Alessandro Rabottini, Gianni Romano, Pierluigi Sacco, Gabi Scardi, Marco Tagliafierro, Monica Thurner, Giulio Verago, Giorgio Verzotti, Angela Vettese, Andrea Viliani, Claudia Zanfi.
Progetti speciali di Linda Fregni Nagler, Alberto Garutti, Armin Linke, Eva Marisaldi, Adrian Paci, Alessandro Pessoli, Cesare Pietroiusti, Vedova Mazzei.
Testimonianze di Alessio Antoniolli, Jonathan Baldock, Shane Campbell, Nicoletta Fiorucci, Susanna Gemmo, Benjamin Greber, Kim Jones, Francesca Kaufmann, Sefer Memisoglu, Nirith Nelson, Els van Odijk, Dragana Sapanjos, Julia Staszak, Alberto Tadiello, Scott Treleaven, Ulrich Vogl.
Referenze fotografiche di Davide Bonasia, Santi Caleca, Alberto Callari, Paola Di Bello, Mario Gorni, Salvatore Licitra, Armin Linke, Rossana Lo Russo, Deborah Manca, Antonio Maniscalco, Roberto Marossi, Andrea Martiradonna, Agostino Osio, Giovanni Ricci, Isabella Rosa, Zeno Zotti.
Coordinamento editoriale Giulia Brivio, Monica Turner. Giulio Verago.

A quasi venti anni dalla nascita di Viafarini, a coronamento di un periodo che ha portato alla nascita del DOCVA in collaborazione con Careof, vogliamo raccontare la storia e i protagonisti del mondo dellʼarte contemporanea in Italia dal 1991 ad oggi tramite lʼesperienza seminale di una delle prime realtà nonprofit italiane, in una pubblicazione che raccoglie testimonianze, documenti, immagini e testi inediti. Il volume si articola in 17 capitoli, che descrivono le attività fondamentali di unʼorganizzazione nonprofit:

1_”From the Armin Linke Archive”
Il capitolo è costituito da immagini di mostre, allestimenti, personaggi che hanno animato gli anni ʼ90 attraverso una selezione di fotografie dallʼarchivio di Armin Linke.

2_ “The Beginnings”
Contiene immagini fotografiche e testi che documentano lo start-up di Viafarini: le mostre inaugurali e i primi progetti di membership che hanno coinvolto la maggior parte degli artisti attivi in Italia di quel periodo; le prime collaborazioni con critici e curatori e una selezione della rassegna stampa su riviste nazionali e internazionali che riporta il contesto in cui Viafarini ha preso avvio.

3_ “First Show”
Racconta cronologicamente la storia dellʼattività espositiva di Viafarini dal 1991 al 2010, utilizzando la grafica degli inviti e le immagini di alcune mostre.

4_ “Viafarini Live”
Un capitolo dedicato alle performance realizzate nel corso del tempo attraverso immagini fotografiche dʼarchivio.

5_“Story of the Archive”
Dalla collaborazione con lʼunico altro spazio indipendente di allora, Careof, alla nascita dellʼarchivio DOCVA, coinvolgendo coloro che si sono occupati della Visione Portfolio dalla fondazione dellʼArchivio ad ora. Testi di: Mario Gorni, Gabi Scardi, Alessandra Galasso, Alessandra Galletta, Milovan Farronato.

6_ “Souvenir dʼItalie”
Il capitolo raccoglie sotto forma di progetti speciali i pensieri e i ricordi in relazione alla loro esperienza con Viafarini di Alberto Garutti, Cesare Pietroiusti, Giancarlo Norese, Adrian Paci, Eva Marisaldi, Alessandro Pessoli e Vedovamazzei.

7_“From Milano on the move to VIR”
Descrive le azioni intraprese negli anni per promuovere la mobilità per gli artisti italiani allʼestero. Dalla creazione di Artbox, banca dati su borse di studio, premi, workshop e servizi per l'arte, alla mostra Interplace Access sugli spazi nonprofit in Italia e allʼestero a cura di Tatiana Trouvé e Marion Baruch, fino al progetto Milano on the move con le studio visit di direttori di residenze internazionali e alla nascita di VIR Viafarini-in-residence. Il capitolo contiene un testo di Gabi Scardi sulla mobilità degli artisti italiani.

8_ “Outside project”
Una panoramica sullʼattività extra moenia di Viafarini

9_”From Lazzaro Palazzi to Via Fiuggi…”
Unʼindagine su quanto accaduto a Milano e in Italia in generale nellʼambito degli spazi autogestiti da artisti, spazi alternativi, spazi indipendenti dalla fine degli anni ʻ80 ad oggi. A cominciare dallo spazio di via Lazzaro Palazzi e dalla Brown Boveri, passando per Via Fiuggi, fino allʼattualità più stringente. Documenti, fotografie e testi inediti di Francesco Garutti. Luca Cerizza, Paola Nicolin, Stefano Bai Curioni, Angela Vettese, Pier Luigi Sacco.

10_ “Unknown Matters”
Dagli esordi come ufficio stampa di Maurizio Cattelan, agli “imprevedibili” stagisti come Paola Guadagnino e Vanessa Beecroft; a oggetti, immagini e progetti mai pubblicati rinvenuti nei portfolio in Archivio di alcuni artisti, alle attività nellʼambito del design e della moda...

11_ “From Critical Quest to Curatology”
In questa sezione i contributi teorici in ambito critico/curatoriale, a partire dal progetto Critical Quest (1993) a cura di Alessandra Galletta e Marco Senaldi, fino a Curatology (2009) a cura di Milovan Farronato. Materiali dʼarchivio si alternano a testi inediti.

12_ “Anatomy”
Seguendo unʼinedita prospettiva si racconta nuovamente, attraverso “svelamenti”, la storia dellʼArchivio e dei suoi materiali.

13_ “Education”
Una delle attività fondamentali di unʼorganizzazione nonprofit: formazione, didattica, rapporti con Accademie e Università, seminari, conferenze, workshop…

14_ “Italian Area”
Contributi critici per definire il paesaggio creativo italiano degli ultimi venti anni. Sono stati coinvolti una serie di critici italiani, in virtù di una collaborazione pregressa con Viafarini, a individuare e commentare unʼopera contenuta nel sito www.italianarea.it. Hanno contribuito: Cecilia Alemani, Chiara Bertola, Barbara Casavecchia, Luca Cerizza, Giulio Ciavoliello, Anna Daneri, Roberto Daolio, Emanuela De Cecco, Giacinto Di Pietrantonio, Milovan Farronato, Beppe Finessi, Elio Grazioli, Andrea Lissoni, Guido Molinari, Lisa Parola, Francesca Pasini, Cloe Piccoli, Alessandra Pioselli, Alessandro Rabottini, Gianni Romano, Gabi Scardi, Marco Tagliafierro, Giorgio Verzotti, Andrea Viliani, Claudia Zanfi.
Conclude il capitolo un testo di Hans Ulrich Obrist.

15_ “Portraits by Linda Fregni Nagler”
Ritratti da Prove per un Annuario di Linda Fregni Nagler.

16_ “London”
Un focus sugli artisti inglesi che hanno esposto in Viafarini agli esordi delle loro carriere: Mat Collishaw, Angus Fairhust, Abigail Lane, Mona Hatoum, Martin Creed, Gillian Wearing, Tania Kovatz, Runa Islam.

17_ “Thanks to”
In questo capitolo Viafarini ringrazia tutti coloro che hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo delle attività, dei progetti e delle visioni.

March 29, 2010

Undisclosed Recipients

NANNUCCI, MAURIZIO.
Undisclosed Recipients 1998 / 2002.
Paris 2008.
150 S. durchgehend mit Abb., brosch.
Auflage: 250 numerierte Exemplare.

March 21, 2010

Freespace

Freespace. A network of sites and spaces
by Matthew Slaats

Freespace is an exploration of the relationships built between people and place, may they be urban, suburban or rural. It looks to inhabit the everyday space, the space that once was, and space that is constantly in between. The objective being to develop a network of sites, through partnerships with individuals and communities, to elucidate experiences of ownership, privacy, sustainability, and identity.

The concept for Freespace came while sitting at the summer home of the Vanderbilt Family in Hyde Park, NY, now a part of the National Park System. It harkens back to a landed gentry, an upper crust, that most will never see or experience. In its marble floors, how does this space represented the United States? Even more specifically how does it represent my own experience? Where is the National Park site of the every day person? The ranch home or the suburban neighborhood come to mind. What about spaces of decay? Empty lots are spattered across any Northeastern city. Going further, might we think of something more intimate, more private? Could a park consist of a favorite chair, the inside of someone’s clothes, or maybe the space between your fingers?

In scientific terms Freespace is defined in multiple ways. It is a concept of electromagnetic theory, corresponding to a theorectically perfect vacuum. It is an abstraction from nature, a baseline or reference state, that is unattainable in practice. It is a space where the movement of energy in any direction is substantially unimpeded, such as the atmosphere, the ocean, or the earth. (1) In all of these definitions we are looking for a space that is impermeable in a physical sense, but conceptually holds a significant standard.

Freespace asks the public to seek these spaces, defining them from their own perspective. They may be conceptual, textual, or physical; and range in size from micro to macro. The project looks to engage the range of associations/relationships that people have with space, building a collection of unique environments that take on meaning by the fact that they are described, located and catalogued. In the end what will be defined is a breadth of perspective that shows the vitality of peoples connection to space.

Words of interest are loss, preservation, woodland, boundary, geography, cultural geography, psycho-geography,middle landscape, sub-urban, urban, rural, forgotten, decay, disused, watershed, lot, parcel, lunch poems, walking, listening, and revitalization.

http://freespace.matthewslaats.com/projects/
freespacenetwork at gmail dot com

lu cafausu is now in freespace

March 15, 2010

Illustre Scultura Polimaterica, indepositata

Illustre Scultura Polimaterica, indepositata.

indeposito is a temporarily empty space dedicated to the conservation of works of art that otherwise would be lost. The aim of indeposito is to organise space for the deposit of works of art, so as to revamp their cultural and social potential and to guarantee continuity in their dialogue with the public.

Artists who, for various reasons, are not in the position of conserving their own works and would be forced to destroy them, instead can use the services of indeposito. The conservation in indeposito of their artistic creations is free of charge although their admission is at the discretion of the management.

www.indeposito.net

February 13, 2010

Rovine, scarti, ricordi.

Rovine, scarti, ricordi. L’uso nell’arte contemporanea
di Cecilia Guida

Il film “Il Pianeta delle scimmie” (1968) racconta la vicenda di un gruppo di astronauti che approdano su un pianeta sconosciuto dopo un viaggio di parecchi anni nello spazio. Nell’ultima scena il comandante della missione Charlton Heston si allontana a cavallo dopo essere sfuggito a un gruppo di scimmie, che lo volevano utilizzare come cavia per esperimenti. “Che cosa troverà là fuori, professore?” domanda Zira, la scimmia psicologa. “Il suo destino” risponde il professor Zarius. In una spiaggia desolata, un’ombra cade sulla figura di Heston. L’uomo guarda verso l’alto e scende da cavallo stupefatto. L’ombra è ciò che resta della Statua della Libertà, sepolta nella sabbia fino alla vita. Una rovina: la tavola che simboleggia i principi proclamati nella Dichiarazione d’Indipendenza è danneggiata, la fiaccola spezzata. Anche il pianeta delle scimmie è una rovina: si tratta della Terra distrutta da un enorme scoppio nucleare mentre gli astronauti viaggiavano nello spazio. Heston è l’ultimo superstite dell’ultimo anello evolutivo della specie umana.

Circa due secoli prima della realizzazione di questo film, un uomo con un mantello chiaro e un cappello a falde larghe siede sdraiato, come fosse una statua, su un capitello rovesciato. Si trova accanto a dei ruderi e davanti ai resti dell’acquedotto romano e alla tomba di Cecilia Metella. La scena rappresentata in “Goethe nella campagna romana” (1787) di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein ritrae il poeta quando si trovava a Roma per il Grand Tour. Questa immagine ha in sé sia la tradizione del ritratto che quella della veduta: la figura di Goethe è in primo piano mentre i monumenti romani alle sue spalle costituiscono lo scenario secondario ma fondamentale per la creazione dell’atmosfera. Quadri di questo tipo sono numerosi perché visitare e farsi ritrarre tra i ruderi della Roma antica andava di moda tra gli aristocratici europei sin dal ’700. In Francia e in Inghilterra ci fu una vera e propria mania per le rovine tanto che le famiglie sulle cui proprietà non esistevano resti antichi se ne fecero costruire di artificiali. Il pittore francese, Hubert Robert, si guadagnò addirittura il soprannome di “Robert des Ruines”, proprio perché dipingeva con sorprendente rapidità e facilità resti di edifici all’interno di paesaggi bucolici. Nella tela “Veduta immaginaria della Grande Galerie del Louvre in rovina” (1796) egli arrivò persino a immaginare un futuro non ancora avvenuto.
La scelta di partire da queste due immagini, per molti versi assai distanti, è legata al fatto che la prima esplicita alcuni elementi contenuti nella seconda. Elementi che a mio giudizio aiutano a comprendere perché le rovine ci affascinano così profondamente. Il film esprime la disperazione per qualcosa che è perduto per sempre, la tela la sensazione di armonia di Goethe che recupera in modo edonistico il rapporto con l’antichità classica con la consapevolezza di essere destinato a diventare a sua volta un classico per le generazioni future. In entrambi i casi l’uomo contempla il proprio destino e quello della propria civiltà. In modo immediato e perciò drammatico nel primo caso, in modo mediato e nostalgico, instaurando una sorta di continuum tra il passato e il presente, nel secondo. E’ questo cortocircuito temporale, a mio parere, uno dei principali fattori del fascino delle rovine.

Etimologicamente il sostantivo rovina (dal latino “ruina” da “ruere” che significa precipitare, cadere a terra) rimanda a una discesa, a un movimento dall’alto verso il basso. Le rovine evocano in chi le contempla la contrapposizione tra la grandezza passata della civiltà che le edificò e l’ineluttabile destino di declino di quella attuale, la tensione tra passato e futuro nel tempo presente, il contrasto tra ciò che permane e quello che si sgretola. Ma la rovina ci affascina anche per un ulteriore elemento. Essa nasce come dall’unione creativa tra uno stato e il suo contrario: la natura e la cultura, come la vita e la morte, la creazione e la distruzione. Ne “La rovina in scena” (2002) Franco Speroni sviluppa questo aspetto sostenendo che la grandezza tipica delle rovine non si dà come esperienza della perfezione del progetto ma della sua perfettibilità nella distruzione-costruzione. La coesistenza di forze tra loro antagonistiche produce un’unità formale nuova che risulta significativa in quanto contiene in sé la spinta a ulteriori processi creativi. Per dirla con Georg Simmel (1911) «la rovina è la sede della vita dalla quale la vita ha preso congedo ma ciò non è nulla di semplicemente negativo o di pensato all’occorrenza, come nelle innumerevoli cose che nuotano nel fiume della vita e che vengono gettate per caso nella sua riva ma che in base alla loro natura possono venire riafferrate dalla sua corrente». In altri termini, rovine, resti e residui sono spazi aperti in cui quello che rimane della storia e il presente condividono una spinta creativa. In che modo questa forza costruttiva si rende visibile? L’uso è una modalità. Il concetto di profanazione di Giorgio Agamben (2005) spiega bene questa idea: «Se consacrare era il termine che designava l’uscita delle cose dalla sfera del diritto umano, profanare significava per converso restituire al libero uso degli uomini. “Profano” si dice in senso proprio ciò che, da sacro o religioso che era, viene restituito all’uso e alla proprietà degli uomini». L’arte contemporanea attiva in modi diversi processi di riuso, oggettivazione e risignificazione delle rovine. A differenza del restauro e della conservazione, che sono operazioni che trasformano la singolarità di una rovina in un’immagine da cartolina, l’uso ne svela il suo carattere di dispositivo aperto, interpretabile e abitabile. Questo risulta particolarmente evidente in alcuni recenti installazioni. Si pensi ad esempio alle sculture che nel 2004 Mitoraj espose ai Mercati di Traiano a Roma. Le figure frammentate e mutilate evidenziavano la violenza e l’istinto autodistruttivo dell’epoca moderna in una chiave fortemente estetica e, attraverso una perfetta compenetrazione tra il contesto classico e l’arte contemporanea, creavano un punto di vista nuovo, affascinante e irripetibile. In qualche modo quelle statue restituivano ai Mercati Traianei restaurati il fascino delle rovine.

Se le opere di Mitoraj si inserivano nell’area archeologica in modo monumentale e spettacolare, opposta era l’idea alla base della mostra “Après le diner, sur l’herbe” di Roberto De Simone a Villa dei Quintili a Roma nel 2007. Si trattava di un progetto fondato sull’assenza: le installazioni sonore abitavano le rovine in modo impercettibile e invisibile riportando la vita in uno spazio immobile e sospeso nel tempo. Le opere suggerivano situazioni più o meno plausibili (il rumore di un ruscello accompagnato dal canto delle rane, centinaia di punti luminosi che disegnavano il movimento notturno delle lucciole, il canto di un grillo, il ruggito di un leone seguito dagli applausi di una piccola folla) e davano allo spettatore il compito di renderle visibili con la fantasia. La mostra era un dettaglio tra i resti bellissimi di Villa dei Quintili ed è un altro esempio di come il linguaggio dell’arte può usare uno spazio architettonico per costruire un senso diverso e produrre una nuova esperienza.

Un altro interessante processo di risignificazione delle rovine viene realizzato in Puglia. “Lu Cafausu”, questo il nome enigmatico del progetto, fa riferimento a una piccola struttura, una specie di pagoda stravagante, fragile e decadente localizzata in una piazza di San Cesario che è ciò che resta di un complesso architettonico più grande abbattuto nel corso del tempo per costruire delle palazzine. Lu cafausu oggi si trova al centro di una strada e non ha alcuna funzione ma ha avuto per decenni (o forse secoli) tanti e diversi usi: dimora per un orfano e il suo cavallo, pollaio, vespasiano, guardiola, sito punitivo, deposito di attrezzature agricole e coffee house. Per il carattere misterioso, la forma di rovina e la memoria dei suoi molteplici sensi, la costruzione è diventata l’ispirazione per quattro artisti - Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese e Cesare Pietroiusti - i quali hanno deciso di usarla come punto di partenza per scrivere delle storie e realizzare delle performance e azioni a Lecce, Rotterdam e New York. Per loro lu cafausu è un posto metaforico; un territorio di accumulazione di tempo, un’elaborazione delle contraddizioni estetiche e il simbolo della perdita di senso del mondo contemporaneo. Per questi motivi è un luogo che possiede un’intrinseca energia creativa di cui i quattro artisti si servono per svolgere interventi di vario tipo (distribuzione di tazzine di caffè, realizzazione di disegni che, in caso di vendita, perdono il loro valore economico, punto di arrivo di un surreale pellegrinaggio, ecc.) grazie ai quali lo spazio diventa ogni volta qualcos’altro.

Come si diceva all’inizio, la valenza negativa della rovina (intesa come perdita della funzione per cui era stata costruita) porta ad accostarla ai concetti di scarto e di rifiuto. Questo fa emergere un altro aspetto che si potrebbe definire il “paradosso delle rovine”: accanto al moto di discesa, alla decadenza, la rovina porta con sé un moto di ascesa. Il precipitare delle cose, l’azione del tempo, il franare del mondo in cenere, sabbia, terra, fango, polvere e…spazzatura (si pensi al “caso Napoli” sulle prime pagine dei giornali per alcuni mesi dello scorso anno) comporta anche una spinta, un movimento verticale verso l’alto, una resurrezione: la rovina, come lo scarto e il rifiuto, con l’accumulo e il tempo si trasforma in un “monumento analogo”. Un processo che è ben descritto in una delle “Città invisibili” di Italo Calvino, Leonia, che è la metafora della società dei consumi. Ogni mattina «i resti della Leonia di ieri aspettano il carro dello spazzaturaio» e Marco Polo, guardando attraverso le crepe delle mura della città, si domanda se la passione dei Leoniani sia l’espellere dal momento che gli spazzini sono accolti come angeli. Mentre i Leoniani sono presi nella caccia alla novità, «una fortezza di rimasugli indistruttibili sovrasta la città da ogni lato». Spesso accade che l’arte anticipi la realtà: come testimoniato dalle montagne di immondizia di Napoli... Tornando al nostro discorso, la produzione di rifiuti è parte integrante del processo produttivo ed è l’effetto della costruzione di ordine basata sul principio di utilità. Gli scarti e i rifiuti indicano la contrapposizione tra qualcosa che rimane e qualcosa che se ne va perché si consuma o non serve più; fanno riferimento a un eccesso, a qualcosa che non si assimila, non si integra e viene ricacciata fuori. L’analogia tra il concetto di rovina e quelli affini di scarto e rifiuto è presente all’interno della riflessione benjaminiana sul metodo della storiografia materialistica. Per Walter Benjamin mentre la storiografia borghese valorizza il detto e il visibile, il pienamente realizzato e soprattutto l’appartenenza a una tradizione culturale la cui capacità di riproduzione funziona come istanza di legittimazione, il materialismo storico lavora con il non detto e il non visibile, l’incompiuto, il sospeso e in particolar modo con quei materiali che quella stessa tradizione abbandona all’oblio e alla distruzione ritenendoli spuri e inutili. In un frammento della sezione N del “Passagen-Werk” (1982), in cui si tematizza il montaggio come metodo della storiografia materialistica, il filosofo tedesco afferma: «Non sottrarrò nulla di prezioso e non mi approprierò di alcuna espressione ingegnosa. Stracci e rifiuti, invece, ma non per farne l’inventario, bensì per rendere loro giustizia nell’unico modo possibile: usandoli». Scompare, quindi, ogni criterio gerarchico e di valore nella scelta dei materiali: i più alti prodotti culturali e i più bassi detriti della vita verranno trattati allo stesso modo non per farne un elenco bensì usandoli. L’arte con il riuso e la risignificazione degli scarti mette in discussione i processi della produzione e del consumo problematizzando la distinzione tra le categorie del rifiuto e dell’utile. La distinzione tra ciò che è rifiuto e ciò che ha valore viene annullata nel momento in cui il processo creativo conferisce allo scarto un valore non più legato alla catena del consumo. «Per me la spazzatura non è ciò che la società rifiuta ma un materiale utile che qualcuno ha lasciato in giro. Allora lo prendo io» affermava l’artista francese César.

L’attenzione per gli scarti è presente nella ricerca artistica del ’900 ma è cronologicamente legata alla produzione teorica delle avanguardie, le quali affrontano in modo polemico il rapporto tra forme espressive e flussi concreti della vita, tra estetica e vissuto. Un esempio per tutti è il dadaista tedesco Kurt Schwitters che tra il 1920 e il 1936 costruì nella casa/studio di Hannover una scultura composta da materiali di scarto di vario tipo e oggetti raccolti un po’ ovunque che battezzò “Merzbau” laddove la parola “merz” significa “merce”. Il sottotitolo è altrettanto degno di nota: “Cattedrale della miseria erotica”, in riferimento al venir meno della capacità attrattiva delle merci una volta consumate. L’installazione era in continuo allestimento, cresceva nel tempo e lentamente si fuse con la casa dell’artista arrivando a sfondarne il tetto. Nei “Merz” gli oggetti venivano accumulati secondo la legge del caso e la loro forma non rispondeva a un determinato progetto autoriale. Essi rappresentano l’esperienza della realtà attraverso i suoi frammenti carichi di memorie i quali, seppure non racchiudano il tutto, rimandano nella loro struttura all’incompletezza dell’esperienza, a ciò che non c’è e a quello che manca. Anche l’esponente più noto della Pop Art, Andy Warhol, diceva che le cose che vengono scartate hanno un grande potenziale di divertimento; per lui le scene dei film senza tagli erano molto più divertenti delle scene dove le cose sono tutte a posto. Ma sul riuso degli scarti per lo sviluppo di ricerche estetiche e poetiche diverse si potrebbe andare avanti a lungo e citare i “combine paintings” di Robert Rauschenberg, la Merda d’artista di Piero Manzoni, i resti dei pasti di Daniel Spoerri, le installazioni sonore di Jean Tinguely, gli scarti di tappezzeria di Alberto Burri, la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto, ecc.

Oggettivazione, presa di coscienza, attualizzazione tornano anche nell’uso che l’arte fa dei ricordi; attraverso il recupero della memoria il passato diventa qualcosa al di fuori di noi, non solo un oggetto da analizzare e comprendere ma anche un frammento che l’uso restituisce al qui e ora attraverso i processi della produzione e del consumo culturale. Torna il parallelismo tra rovine e ricordi. In “Tristi Tropici” (1955) Lévi Strauss descrive bene il processo di oggettivazione caratteristico di entrambi: «Trascinando i miei ricordi nel suo fluire il tempo più che logorarli e seppellirli ha costruito coi loro frammenti le solide fondamenta che procurano al mio procedere un equilibrio più stabile. Un ordine è stato sostituito con un altro. Gli spigoli si assottigliano, intere fiancate crollano. Un antico particolare insignificante emerge come un picco mentre interi strati del mio recente passato si cancellano senza lasciare traccia».

Ma il fascino della rovina consiste anche nel risvegliare in chi la guarda la coscienza del tempo, nel ricordare (“remember” in inglese) una storia passata e, facendo ricordare (“remind”), nell’esorcizzare la paura dell’oblio. L’artista francese Christian Boltanski lavora sul concetto di tempo e di memoria. Nelle sue opere egli usa gli oggetti non per se stessi o per la loro forma ma piuttosto perché richiamano alla mente storie comuni e avvenimenti passati. Nell’installazione al Museo per la Memoria di Ustica di Bologna i resti del DC9 sono circondati da 81 specchi neri (tanti quanti il numero delle vittime) che riflettono l’immagine di chi percorre il ballatoio mentre dietro a ognuno di essi degli altoparlanti raccontano la vita e i pensieri che scorrevano nella mente di ognuna delle persone a bordo. Inoltre attorno a ciò che resta del velivolo sono disposte 10 grandi casse nere in cui sono raccolti decine di oggetti personali appartenuti alle vittime. Più che un memoriale in senso classico sembra che Boltanski abbia voluto fare un “allestimento” usando tutto ciò che resta della strage, materiali visibili e invisibili, oggetti e ricordi: vita e morte, passato e presente coesistono. Chi visita il memoriale è allo stesso tempo partecipe della tragedia (negli specchi che rappresentano le vittime si vede riflessa la propria immagine, su quell’aereo poteva esserci ognuno di noi) e spettatore di una messa in scena in chiave estetica: ci si immedesima nella vicenda e al contempo si guarda da fuori la rovina, quello che resta di quell’evento.

Boltanski in numerose installazioni alla memoria usa il formato degli almanacchi universitari americani, cosa che fa venire in mente Facebook, al momento il sito più diffuso tra quelli di social network. L’idea viene proprio dagli annuari con le foto di ogni singolo membro (facebooks, appunto) che alcuni college statunitensi pubblicano all’inizio dell’anno accademico. L’obiettivo iniziale del sito era infatti quello di far mantenere i contatti tra gli studenti delle università e dei licei, ora conta più di 100 milioni di utenti in tutto il mondo. Mi domando se i processi di risignificazione e di “riuso” della memoria siano presenti anche qui. Mi sembra che siamo di fronte a una forma ibrida dove la dimensione del ricordo e del suo riuso, al di là delle intenzioni di ognuno, assume comunque un impatto estetico. Si tratta di individui e comunità che realizzano una autorappresentazione di sé: frammenti di un passato individuale vengono buttati nella rete insieme a istantanee del presente in un frullato fatto di foto da bambino, immagini di cartoon, frasi senza senso o profonde, pezzi di vita decontestualizzati. Quello che emerge è un insieme estetico che con gli scarti e i resti delle nostre vite esprime l’essenza della società dell’immagine. L’esito finale è una manifestazione estetica collettiva in cui i singoli apporti individuali si disperdono nell’insieme.

Riferimenti bibliografici:

Agamben, G., 2005, Profanazioni, Roma, Nottetempo.
Augé, M., 2004, Rovine e macerie. Il senso del tempo, Torino, Bollati Boringhieri.
Benjamin, W., 1982, Das Passagen­Werk; trad. it. 1986, Parigi capitale del XIX secolo, Torino, Einaudi.
Calvino, I., 1996, Le città invisibili, Milano, Mondadori.
Lévi-Strauss, C., 1955, Tristes Tropiques; trad. it. 1960, Tristi Tropici, Milano, Il Saggiatore.
Simmel, G., 1911, Die Ruine; trad. it. di G. Carchia 1981, La Rovina, «Rivista di Estetica», n. 8.
Speroni, F., 2002, La rovina in scena, Roma, Meltemi.

January 23, 2010

Illustre Scultura Polimaterica

Sabato 30 gennaio 2010 ore 21.30
Link Associated
(via Fantoni 21/via Fanin, Bologna)
presenta:

ILLUSTRE SCULTURA POLIMATERICA

di Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese, Cesare Pietroiusti
(Lu Cafausu)

con scarti di:

Giorgio Andreotta Calò/Alessandra Andrini/Stefano Arienti/Emanuela Ascari/Emilia Badalà/Sergio Breviario/Annalisa Cattani/Umberto Cavenago/Cuoghi Corsello/Francesca Grilli/Nazzareno Guglielmi/Arianna Fantin/Luca Francesconi/Andrés Galeano/Matteo Guidi/Lucia Leuci/Michele Lombardelli/Eva Marisaldi/Maurizio Mercuri/ Margherita Morgantin/Stefano Pasquini/Alberta Pellacani/Nicola Pellegrini/Luigi Presicce/Fabrizio Rivola/Mili Romano/Marco Samorè/Luca Scarabelli/Daniela Spagna Musso/UnDo.Net/Luca Vitone/ZimmerFrei

a cura di Rita Correddu, Alice Militello

In concomitanza con ArteFiera 2010 il Link inaugura la sua stagione culturale. Per l'occasione, Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese e Cesare Pietroiusti realizzano un'unica grande scultura composta da "scarti di produzione”, messi a disposizione da più di 30 artisti e raccolti in un tour di 1500 km ca, assemblati a rifiuti di tipo ordinario.

Lu Cafausu è territorio d'accumulazione di senso, di svolgimento di senso. Di mancanza di senso. È quello che siamo e non siamo simultaneamente, (scandalosamente) senza scandalo. È ciò che stiamo diventando e quello che siamo non stati.
Al centro esatto di un lungo corridoio d'insalienze e fallimenti (una volta erano cipressi), passaggio per il limbo. È il nulla, segno oscuro, campo della disfatta.
È un presagio inaccessibile, luogo alieno.
È il varco per l'ade.

*Illustre Scultura Polimaterica sarà visibile fino al 28 febbraio secondo la programmazione del Link Associated.

In collaborazione con
Comune di Bologna, Ufficio Promozione Giovani Artisti
Quartiere San Donato
Hera

Info e contatti
infoartepubblica/at/gmail/dot/com
www.artepubblica.com
www.lucafausu.tk
www.link.bo.it

Come raggiungerci
- Servizio navetta: www.link.bo.it/navetta
- Autostrada uscita 9 direzione CAAB
_________________________

progetto artepubblica
www.artepubblica.com

January 22, 2010

ArteFiera off

January 29 – 31
11 am – 6 pm @ neon>campobase, Bologna
1 h art On Fire!

In the occasion of ArteFiera 1 h art becomes 1 h art On Fire!
From January 29 to 31, 11 am to 6 pm, 1 h art will set up a little bureau in neon>campobase art gallery's stock. Here you will be able to book hours of art with free home delivery, to get information and to know closely the project.
Participants in fact will be there to let some visible tracks of the art hours and in order to let people know their ideas about potential meetings. Participants will be also in the city to promote 1 h art project and to give some taste of what might happen at home.
1 h art gives artists and art related practitioners the possibility to create an
hour of contemporary art for the general public at no cost. 1 h art is looking to establish lasting relationships and to create activity through various private channels. It invites the public to approach and to know closely the art making process. To abolish the niche that contemporary art has created around itself – even to the extent of becoming its own ‘world’ – in order to return and reflect on audience participation outside of already established art circles and places.
1 h art creates an open system made of continual regeneration and redefinition; an enrichment of culture that brings about a new opening and a new responsibility on the part of the public regarding a world that might not seem so alien – a conscious decision by the public regarding the new models and new instruments evident in contemporary artistic production. The objective is the social interaction that through giving becomes giving/receiving/exchanging: Art does something for the public and the public does something for art. People will be part of this process by asking a mere home delivery.

The participants, among others:
Rebecca Agnes, Aspra.mente, Elena Arzuffi, Sara Basta, Marco Bernacchia, Leonora Bisagno, Marco Bonafè, Enrico Bressan, BridA/Tom Kerševan, SendiMango, JurijPavlica, Stefano Cagol, Enzo Calibè, Rita Canarezza/Pier Paolo Coro, Eleonora Chiesa, Michelle Chong, Anthony Chretien, Gianluca Codeghini, Guia Cortassa, Gianluca Cosci, CRAC, Marco Dalbosco, Hannes Egger, Eleonora Farina - Federico Pietrella, Silvia Giambrone, Nazzareno Guglielmi, Thomas Guichard, Eloise Ghioni, Paul Kroker, Raffaela Leone Erbematte/Federico Lupo - Zelle Arte Contemporanea, Francesco Lucifora, Stefano Lupatini, Ruggero Maggi, Barbara Meneghel, na3, Luigi Negro/Giancarlo Norese/Luigi Presicce, Giuditta Nelli, Domenico Olivero, Valentina Ornaghi/Claudio Prestinari, Francesco Ozzola, Andrea Pagnes/Verena Stenke, Stefano Pasquini, Robert Pettena, Ambra Pittoni, Michela Pozzi, Angelo Pretolani, Anteo Radovan, Irwin Ramon, Mauro Romito, Andrew Smaldone, Daniela Spagna Musso, Anna Maria Tina, Ute Group, Olga Vanoncini, Roberta Vivoli, Elisa Vladilo, Marco Zezza/Mattia Doto.

INFO@
1hourart/at/gmail.com

www.1hart.net
www.neoncampobase.com
www.artefiera.bolognafiere.it/eventi2010/artefieraoff


January 29
h 9 pm @ neon>campobase, Bologna
VERY LATE AT NIGHT opening
free preview

January 30
h 7.30 pm @ neon>campobase, Bologna

cocktail / auction / party with live performance

artworks by: Mario Airò, Elisabetta Alazraki, Kristine Alksne, Aurelio Andrighetto, Alessandra Andrini, Sergia Avveduti, Riccardo Baruzzi, Fabrizio Basso, Emanuele Becheri, Vanessa Beecroft, Marco Belfiore, Dario Bellini, Marco Bernacchia, Francesco Bernardi, Dafne Boggeri, Maurizio Bolognini, Anna Valeria Borsari, Enrico Bressan, BridA (Tom Kersevan, Sendi Mango, Jurij Pavlica), Cristian Bugatti, Maurizio Cattelan, Vittorio Cavallini, Simone Cesarini, Silvia Cini, Gianluca Codeghini, Daniela Comani, Gianluca Cosci, CuoghiCorsello, Sabine Delafon, Nico Dockx, Camilla Candida Donzella, Emilio Fantin, Marco Fantini, Barbara Fässler, Eloise Ghioni, Bernardo Giorgi, goldiechiari, Yuki Ichihashi, Irina Kholodnaya, Lucia Leuci, Claudia Losi, M+M (Marc Weis, Martin De Mattia), Marcello Maloberti, Eva Marisaldi, Maurizio Mercuri, Chiyoko Miura, Margherita Moscardini, Sabrina Muzi, Stéphanie Nava, Giancarlo Norese, Giovanni Ozzola, Paolo Parisi, Stefano Pasquini, Alberta Pellacani, Roberta Piccioni, Anja Puntari, Marco Raparelli, Mili Romano, Sara Rossi, Marco Samorè, Fabio Sandri, Luca Scarabelli, Marinella Senatore, Andrew Smaldone, Giandomenico Sozzi, Alessandra Spranzi, Carlo Steiner, Alessandra Tesi, Diego Tonus, Massimo Uberti, Maurizio Vetrugno, Enrico Vezzi, Luca Vitone, Alberto Zanazzo

download pdf:
www.neoncampobase.com/asta_neon_300110.pdf