Il 13 luglio alle ore 21, al Palazzo Baronale di Monteroni di Lecce, si terrà il concerto in prima assoluta in Italia di Patrick Watson & The Wooden Arms + Guests (Melanie Belair, Cesare Dell'Anna, Jeroen Kimman, Mauro Tre), con un intervento dell'artista visivo Luigi Presicce.
SoundRes, programma di residenza per la musica e l'arte contemporeanea conferma la sua vocazione multidisciplinare mettendo in relazione l'artista visivo Luigi Presicce (salentino, vive e opera a Milano dove ha fondato Brown Project Space) e Patrick Watson & The Wooden Arms, astro della musica canadese, riconosciuto a livello internazionale, al suo debutto in Italia.
L'artista visivo Luigi Presicce si è lasciato ispirare dalla forta carica teatrale presente nelle performance di Patrick Watson, un piccolo mago col cilindro sempre pieno di suoni, giocoliere ardito ma che mai perde l'equilibrio, funambolo sospeso sul filo delle armonie e della ricerca. A questa teatralità, all'amore per gli strumenti inventati o trovati (ruote di biciclette, padelle che diventano percussioni, chitarrre preparate a creare distorsioni) e all'atmosfera cinematografica che la musica di Watson & the Wooden Arms conserva e suggerisce, Luigi Presicce ha aggiunto il proprio segno visivo, nutrito di sapienza alchemica, ritualità, esoterismo e magia, ricco di riferimenti iconici e simboloci e rimandi alla rappresentazione del potere e del sapere.
L'interazione tra il linguaggio visivo e quello musicale, l'ispirazione reciproca degli artisti in residenza per Sound Res 2010 sarà presentata durante il concerto di chiusura di Patrick Watson and The Wooden Arms, a Monteroni di Lecce, quando Presicce si produrrà in una performance, Trema profano trema, e una installazione, Guardare con un occhio il cavallo.
Intervenendo sull'aspetto della teatralità e della ritualità che unisce musicisti e pubblico, Luigi Presicce ha costruito per Patrick Watson & The Wooden Arms dei copricapo che riproducono una piccola architettura denominata Lu Cafausu, archtettura residuale che ancora oggi resiste al centro di una piazzetta, conferendovi una dimensione metafisica e surreale. La piccola riproduzione, collocata sul capo dei musicisti, conterrà al suo interno il modellino di un cavallo, a richiamare uno degli usi avuti dal Cafausu nel corso della sua storia. Di recente Lu Cafausu è diventato metafora e punto focale di un progetto omonimo portato avanti da un gruppo di artisti tra i quali Luigi Negro, Cesare Pietroiusti, Emilio Fantin e Giancarlo Norese (già Progetto Oreste).
Il pubblico sarà invece invitato a indossare una mascherina che consentirà di vedere il concerto e il piccolo cavallo con un occhio solo. Presicce interverrà sulla modalità di visione dell'oggetto, limitandola. Adiacente alla piazza dove si terrà il concerto, ma quasi invisibile al pubblico, Presicce darà luogo inoltre a una tappa di Magical Mistery tour, progetto che mira alla realizzazione di un tableau vivant sempre differente dai precedenti e con una partecipazione del pubblico privilegiata.
www.soundres.org
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July 9, 2010
March 21, 2010
Freespace
Freespace. A network of sites and spacesby Matthew Slaats
Freespace is an exploration of the relationships built between people and place, may they be urban, suburban or rural. It looks to inhabit the everyday space, the space that once was, and space that is constantly in between. The objective being to develop a network of sites, through partnerships with individuals and communities, to elucidate experiences of ownership, privacy, sustainability, and identity.
The concept for Freespace came while sitting at the summer home of the Vanderbilt Family in Hyde Park, NY, now a part of the National Park System. It harkens back to a landed gentry, an upper crust, that most will never see or experience. In its marble floors, how does this space represented the United States? Even more specifically how does it represent my own experience? Where is the National Park site of the every day person? The ranch home or the suburban neighborhood come to mind. What about spaces of decay? Empty lots are spattered across any Northeastern city. Going further, might we think of something more intimate, more private? Could a park consist of a favorite chair, the inside of someone’s clothes, or maybe the space between your fingers?
In scientific terms Freespace is defined in multiple ways. It is a concept of electromagnetic theory, corresponding to a theorectically perfect vacuum. It is an abstraction from nature, a baseline or reference state, that is unattainable in practice. It is a space where the movement of energy in any direction is substantially unimpeded, such as the atmosphere, the ocean, or the earth. (1) In all of these definitions we are looking for a space that is impermeable in a physical sense, but conceptually holds a significant standard.
Freespace asks the public to seek these spaces, defining them from their own perspective. They may be conceptual, textual, or physical; and range in size from micro to macro. The project looks to engage the range of associations/relationships that people have with space, building a collection of unique environments that take on meaning by the fact that they are described, located and catalogued. In the end what will be defined is a breadth of perspective that shows the vitality of peoples connection to space.
Words of interest are loss, preservation, woodland, boundary, geography, cultural geography, psycho-geography,middle landscape, sub-urban, urban, rural, forgotten, decay, disused, watershed, lot, parcel, lunch poems, walking, listening, and revitalization.
http://freespace.matthewslaats.com/projects/
freespacenetwork at gmail dot com
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March 15, 2010
Illustre Scultura Polimaterica, indepositata
Illustre Scultura Polimaterica, indepositata.indeposito is a temporarily empty space dedicated to the conservation of works of art that otherwise would be lost. The aim of indeposito is to organise space for the deposit of works of art, so as to revamp their cultural and social potential and to guarantee continuity in their dialogue with the public.
Artists who, for various reasons, are not in the position of conserving their own works and would be forced to destroy them, instead can use the services of indeposito. The conservation in indeposito of their artistic creations is free of charge although their admission is at the discretion of the management.
www.indeposito.net
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February 13, 2010
Rovine, scarti, ricordi.
Rovine, scarti, ricordi. L’uso nell’arte contemporanea
di Cecilia Guida
Il film “Il Pianeta delle scimmie” (1968) racconta la vicenda di un gruppo di astronauti che approdano su un pianeta sconosciuto dopo un viaggio di parecchi anni nello spazio. Nell’ultima scena il comandante della missione Charlton Heston si allontana a cavallo dopo essere sfuggito a un gruppo di scimmie, che lo volevano utilizzare come cavia per esperimenti. “Che cosa troverà là fuori, professore?” domanda Zira, la scimmia psicologa. “Il suo destino” risponde il professor Zarius. In una spiaggia desolata, un’ombra cade sulla figura di Heston. L’uomo guarda verso l’alto e scende da cavallo stupefatto. L’ombra è ciò che resta della Statua della Libertà, sepolta nella sabbia fino alla vita. Una rovina: la tavola che simboleggia i principi proclamati nella Dichiarazione d’Indipendenza è danneggiata, la fiaccola spezzata. Anche il pianeta delle scimmie è una rovina: si tratta della Terra distrutta da un enorme scoppio nucleare mentre gli astronauti viaggiavano nello spazio. Heston è l’ultimo superstite dell’ultimo anello evolutivo della specie umana.
Circa due secoli prima della realizzazione di questo film, un uomo con un mantello chiaro e un cappello a falde larghe siede sdraiato, come fosse una statua, su un capitello rovesciato. Si trova accanto a dei ruderi e davanti ai resti dell’acquedotto romano e alla tomba di Cecilia Metella. La scena rappresentata in “Goethe nella campagna romana” (1787) di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein ritrae il poeta quando si trovava a Roma per il Grand Tour. Questa immagine ha in sé sia la tradizione del ritratto che quella della veduta: la figura di Goethe è in primo piano mentre i monumenti romani alle sue spalle costituiscono lo scenario secondario ma fondamentale per la creazione dell’atmosfera. Quadri di questo tipo sono numerosi perché visitare e farsi ritrarre tra i ruderi della Roma antica andava di moda tra gli aristocratici europei sin dal ’700. In Francia e in Inghilterra ci fu una vera e propria mania per le rovine tanto che le famiglie sulle cui proprietà non esistevano resti antichi se ne fecero costruire di artificiali. Il pittore francese, Hubert Robert, si guadagnò addirittura il soprannome di “Robert des Ruines”, proprio perché dipingeva con sorprendente rapidità e facilità resti di edifici all’interno di paesaggi bucolici. Nella tela “Veduta immaginaria della Grande Galerie del Louvre in rovina” (1796) egli arrivò persino a immaginare un futuro non ancora avvenuto.
La scelta di partire da queste due immagini, per molti versi assai distanti, è legata al fatto che la prima esplicita alcuni elementi contenuti nella seconda. Elementi che a mio giudizio aiutano a comprendere perché le rovine ci affascinano così profondamente. Il film esprime la disperazione per qualcosa che è perduto per sempre, la tela la sensazione di armonia di Goethe che recupera in modo edonistico il rapporto con l’antichità classica con la consapevolezza di essere destinato a diventare a sua volta un classico per le generazioni future. In entrambi i casi l’uomo contempla il proprio destino e quello della propria civiltà. In modo immediato e perciò drammatico nel primo caso, in modo mediato e nostalgico, instaurando una sorta di continuum tra il passato e il presente, nel secondo. E’ questo cortocircuito temporale, a mio parere, uno dei principali fattori del fascino delle rovine.
Etimologicamente il sostantivo rovina (dal latino “ruina” da “ruere” che significa precipitare, cadere a terra) rimanda a una discesa, a un movimento dall’alto verso il basso. Le rovine evocano in chi le contempla la contrapposizione tra la grandezza passata della civiltà che le edificò e l’ineluttabile destino di declino di quella attuale, la tensione tra passato e futuro nel tempo presente, il contrasto tra ciò che permane e quello che si sgretola. Ma la rovina ci affascina anche per un ulteriore elemento. Essa nasce come dall’unione creativa tra uno stato e il suo contrario: la natura e la cultura, come la vita e la morte, la creazione e la distruzione. Ne “La rovina in scena” (2002) Franco Speroni sviluppa questo aspetto sostenendo che la grandezza tipica delle rovine non si dà come esperienza della perfezione del progetto ma della sua perfettibilità nella distruzione-costruzione. La coesistenza di forze tra loro antagonistiche produce un’unità formale nuova che risulta significativa in quanto contiene in sé la spinta a ulteriori processi creativi. Per dirla con Georg Simmel (1911) «la rovina è la sede della vita dalla quale la vita ha preso congedo ma ciò non è nulla di semplicemente negativo o di pensato all’occorrenza, come nelle innumerevoli cose che nuotano nel fiume della vita e che vengono gettate per caso nella sua riva ma che in base alla loro natura possono venire riafferrate dalla sua corrente». In altri termini, rovine, resti e residui sono spazi aperti in cui quello che rimane della storia e il presente condividono una spinta creativa. In che modo questa forza costruttiva si rende visibile? L’uso è una modalità. Il concetto di profanazione di Giorgio Agamben (2005) spiega bene questa idea: «Se consacrare era il termine che designava l’uscita delle cose dalla sfera del diritto umano, profanare significava per converso restituire al libero uso degli uomini. “Profano” si dice in senso proprio ciò che, da sacro o religioso che era, viene restituito all’uso e alla proprietà degli uomini». L’arte contemporanea attiva in modi diversi processi di riuso, oggettivazione e risignificazione delle rovine. A differenza del restauro e della conservazione, che sono operazioni che trasformano la singolarità di una rovina in un’immagine da cartolina, l’uso ne svela il suo carattere di dispositivo aperto, interpretabile e abitabile. Questo risulta particolarmente evidente in alcuni recenti installazioni. Si pensi ad esempio alle sculture che nel 2004 Mitoraj espose ai Mercati di Traiano a Roma. Le figure frammentate e mutilate evidenziavano la violenza e l’istinto autodistruttivo dell’epoca moderna in una chiave fortemente estetica e, attraverso una perfetta compenetrazione tra il contesto classico e l’arte contemporanea, creavano un punto di vista nuovo, affascinante e irripetibile. In qualche modo quelle statue restituivano ai Mercati Traianei restaurati il fascino delle rovine.
Se le opere di Mitoraj si inserivano nell’area archeologica in modo monumentale e spettacolare, opposta era l’idea alla base della mostra “Après le diner, sur l’herbe” di Roberto De Simone a Villa dei Quintili a Roma nel 2007. Si trattava di un progetto fondato sull’assenza: le installazioni sonore abitavano le rovine in modo impercettibile e invisibile riportando la vita in uno spazio immobile e sospeso nel tempo. Le opere suggerivano situazioni più o meno plausibili (il rumore di un ruscello accompagnato dal canto delle rane, centinaia di punti luminosi che disegnavano il movimento notturno delle lucciole, il canto di un grillo, il ruggito di un leone seguito dagli applausi di una piccola folla) e davano allo spettatore il compito di renderle visibili con la fantasia. La mostra era un dettaglio tra i resti bellissimi di Villa dei Quintili ed è un altro esempio di come il linguaggio dell’arte può usare uno spazio architettonico per costruire un senso diverso e produrre una nuova esperienza.
Un altro interessante processo di risignificazione delle rovine viene realizzato in Puglia. “Lu Cafausu”, questo il nome enigmatico del progetto, fa riferimento a una piccola struttura, una specie di pagoda stravagante, fragile e decadente localizzata in una piazza di San Cesario che è ciò che resta di un complesso architettonico più grande abbattuto nel corso del tempo per costruire delle palazzine. Lu cafausu oggi si trova al centro di una strada e non ha alcuna funzione ma ha avuto per decenni (o forse secoli) tanti e diversi usi: dimora per un orfano e il suo cavallo, pollaio, vespasiano, guardiola, sito punitivo, deposito di attrezzature agricole e coffee house. Per il carattere misterioso, la forma di rovina e la memoria dei suoi molteplici sensi, la costruzione è diventata l’ispirazione per quattro artisti - Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese e Cesare Pietroiusti - i quali hanno deciso di usarla come punto di partenza per scrivere delle storie e realizzare delle performance e azioni a Lecce, Rotterdam e New York. Per loro lu cafausu è un posto metaforico; un territorio di accumulazione di tempo, un’elaborazione delle contraddizioni estetiche e il simbolo della perdita di senso del mondo contemporaneo. Per questi motivi è un luogo che possiede un’intrinseca energia creativa di cui i quattro artisti si servono per svolgere interventi di vario tipo (distribuzione di tazzine di caffè, realizzazione di disegni che, in caso di vendita, perdono il loro valore economico, punto di arrivo di un surreale pellegrinaggio, ecc.) grazie ai quali lo spazio diventa ogni volta qualcos’altro.
Come si diceva all’inizio, la valenza negativa della rovina (intesa come perdita della funzione per cui era stata costruita) porta ad accostarla ai concetti di scarto e di rifiuto. Questo fa emergere un altro aspetto che si potrebbe definire il “paradosso delle rovine”: accanto al moto di discesa, alla decadenza, la rovina porta con sé un moto di ascesa. Il precipitare delle cose, l’azione del tempo, il franare del mondo in cenere, sabbia, terra, fango, polvere e…spazzatura (si pensi al “caso Napoli” sulle prime pagine dei giornali per alcuni mesi dello scorso anno) comporta anche una spinta, un movimento verticale verso l’alto, una resurrezione: la rovina, come lo scarto e il rifiuto, con l’accumulo e il tempo si trasforma in un “monumento analogo”. Un processo che è ben descritto in una delle “Città invisibili” di Italo Calvino, Leonia, che è la metafora della società dei consumi. Ogni mattina «i resti della Leonia di ieri aspettano il carro dello spazzaturaio» e Marco Polo, guardando attraverso le crepe delle mura della città, si domanda se la passione dei Leoniani sia l’espellere dal momento che gli spazzini sono accolti come angeli. Mentre i Leoniani sono presi nella caccia alla novità, «una fortezza di rimasugli indistruttibili sovrasta la città da ogni lato». Spesso accade che l’arte anticipi la realtà: come testimoniato dalle montagne di immondizia di Napoli... Tornando al nostro discorso, la produzione di rifiuti è parte integrante del processo produttivo ed è l’effetto della costruzione di ordine basata sul principio di utilità. Gli scarti e i rifiuti indicano la contrapposizione tra qualcosa che rimane e qualcosa che se ne va perché si consuma o non serve più; fanno riferimento a un eccesso, a qualcosa che non si assimila, non si integra e viene ricacciata fuori. L’analogia tra il concetto di rovina e quelli affini di scarto e rifiuto è presente all’interno della riflessione benjaminiana sul metodo della storiografia materialistica. Per Walter Benjamin mentre la storiografia borghese valorizza il detto e il visibile, il pienamente realizzato e soprattutto l’appartenenza a una tradizione culturale la cui capacità di riproduzione funziona come istanza di legittimazione, il materialismo storico lavora con il non detto e il non visibile, l’incompiuto, il sospeso e in particolar modo con quei materiali che quella stessa tradizione abbandona all’oblio e alla distruzione ritenendoli spuri e inutili. In un frammento della sezione N del “Passagen-Werk” (1982), in cui si tematizza il montaggio come metodo della storiografia materialistica, il filosofo tedesco afferma: «Non sottrarrò nulla di prezioso e non mi approprierò di alcuna espressione ingegnosa. Stracci e rifiuti, invece, ma non per farne l’inventario, bensì per rendere loro giustizia nell’unico modo possibile: usandoli». Scompare, quindi, ogni criterio gerarchico e di valore nella scelta dei materiali: i più alti prodotti culturali e i più bassi detriti della vita verranno trattati allo stesso modo non per farne un elenco bensì usandoli. L’arte con il riuso e la risignificazione degli scarti mette in discussione i processi della produzione e del consumo problematizzando la distinzione tra le categorie del rifiuto e dell’utile. La distinzione tra ciò che è rifiuto e ciò che ha valore viene annullata nel momento in cui il processo creativo conferisce allo scarto un valore non più legato alla catena del consumo. «Per me la spazzatura non è ciò che la società rifiuta ma un materiale utile che qualcuno ha lasciato in giro. Allora lo prendo io» affermava l’artista francese César.
L’attenzione per gli scarti è presente nella ricerca artistica del ’900 ma è cronologicamente legata alla produzione teorica delle avanguardie, le quali affrontano in modo polemico il rapporto tra forme espressive e flussi concreti della vita, tra estetica e vissuto. Un esempio per tutti è il dadaista tedesco Kurt Schwitters che tra il 1920 e il 1936 costruì nella casa/studio di Hannover una scultura composta da materiali di scarto di vario tipo e oggetti raccolti un po’ ovunque che battezzò “Merzbau” laddove la parola “merz” significa “merce”. Il sottotitolo è altrettanto degno di nota: “Cattedrale della miseria erotica”, in riferimento al venir meno della capacità attrattiva delle merci una volta consumate. L’installazione era in continuo allestimento, cresceva nel tempo e lentamente si fuse con la casa dell’artista arrivando a sfondarne il tetto. Nei “Merz” gli oggetti venivano accumulati secondo la legge del caso e la loro forma non rispondeva a un determinato progetto autoriale. Essi rappresentano l’esperienza della realtà attraverso i suoi frammenti carichi di memorie i quali, seppure non racchiudano il tutto, rimandano nella loro struttura all’incompletezza dell’esperienza, a ciò che non c’è e a quello che manca. Anche l’esponente più noto della Pop Art, Andy Warhol, diceva che le cose che vengono scartate hanno un grande potenziale di divertimento; per lui le scene dei film senza tagli erano molto più divertenti delle scene dove le cose sono tutte a posto. Ma sul riuso degli scarti per lo sviluppo di ricerche estetiche e poetiche diverse si potrebbe andare avanti a lungo e citare i “combine paintings” di Robert Rauschenberg, la Merda d’artista di Piero Manzoni, i resti dei pasti di Daniel Spoerri, le installazioni sonore di Jean Tinguely, gli scarti di tappezzeria di Alberto Burri, la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto, ecc.
Oggettivazione, presa di coscienza, attualizzazione tornano anche nell’uso che l’arte fa dei ricordi; attraverso il recupero della memoria il passato diventa qualcosa al di fuori di noi, non solo un oggetto da analizzare e comprendere ma anche un frammento che l’uso restituisce al qui e ora attraverso i processi della produzione e del consumo culturale. Torna il parallelismo tra rovine e ricordi. In “Tristi Tropici” (1955) Lévi Strauss descrive bene il processo di oggettivazione caratteristico di entrambi: «Trascinando i miei ricordi nel suo fluire il tempo più che logorarli e seppellirli ha costruito coi loro frammenti le solide fondamenta che procurano al mio procedere un equilibrio più stabile. Un ordine è stato sostituito con un altro. Gli spigoli si assottigliano, intere fiancate crollano. Un antico particolare insignificante emerge come un picco mentre interi strati del mio recente passato si cancellano senza lasciare traccia».
Ma il fascino della rovina consiste anche nel risvegliare in chi la guarda la coscienza del tempo, nel ricordare (“remember” in inglese) una storia passata e, facendo ricordare (“remind”), nell’esorcizzare la paura dell’oblio. L’artista francese Christian Boltanski lavora sul concetto di tempo e di memoria. Nelle sue opere egli usa gli oggetti non per se stessi o per la loro forma ma piuttosto perché richiamano alla mente storie comuni e avvenimenti passati. Nell’installazione al Museo per la Memoria di Ustica di Bologna i resti del DC9 sono circondati da 81 specchi neri (tanti quanti il numero delle vittime) che riflettono l’immagine di chi percorre il ballatoio mentre dietro a ognuno di essi degli altoparlanti raccontano la vita e i pensieri che scorrevano nella mente di ognuna delle persone a bordo. Inoltre attorno a ciò che resta del velivolo sono disposte 10 grandi casse nere in cui sono raccolti decine di oggetti personali appartenuti alle vittime. Più che un memoriale in senso classico sembra che Boltanski abbia voluto fare un “allestimento” usando tutto ciò che resta della strage, materiali visibili e invisibili, oggetti e ricordi: vita e morte, passato e presente coesistono. Chi visita il memoriale è allo stesso tempo partecipe della tragedia (negli specchi che rappresentano le vittime si vede riflessa la propria immagine, su quell’aereo poteva esserci ognuno di noi) e spettatore di una messa in scena in chiave estetica: ci si immedesima nella vicenda e al contempo si guarda da fuori la rovina, quello che resta di quell’evento.
Boltanski in numerose installazioni alla memoria usa il formato degli almanacchi universitari americani, cosa che fa venire in mente Facebook, al momento il sito più diffuso tra quelli di social network. L’idea viene proprio dagli annuari con le foto di ogni singolo membro (facebooks, appunto) che alcuni college statunitensi pubblicano all’inizio dell’anno accademico. L’obiettivo iniziale del sito era infatti quello di far mantenere i contatti tra gli studenti delle università e dei licei, ora conta più di 100 milioni di utenti in tutto il mondo. Mi domando se i processi di risignificazione e di “riuso” della memoria siano presenti anche qui. Mi sembra che siamo di fronte a una forma ibrida dove la dimensione del ricordo e del suo riuso, al di là delle intenzioni di ognuno, assume comunque un impatto estetico. Si tratta di individui e comunità che realizzano una autorappresentazione di sé: frammenti di un passato individuale vengono buttati nella rete insieme a istantanee del presente in un frullato fatto di foto da bambino, immagini di cartoon, frasi senza senso o profonde, pezzi di vita decontestualizzati. Quello che emerge è un insieme estetico che con gli scarti e i resti delle nostre vite esprime l’essenza della società dell’immagine. L’esito finale è una manifestazione estetica collettiva in cui i singoli apporti individuali si disperdono nell’insieme.
Riferimenti bibliografici:
Agamben, G., 2005, Profanazioni, Roma, Nottetempo.
Augé, M., 2004, Rovine e macerie. Il senso del tempo, Torino, Bollati Boringhieri.
Benjamin, W., 1982, Das PassagenWerk; trad. it. 1986, Parigi capitale del XIX secolo, Torino, Einaudi.
Calvino, I., 1996, Le città invisibili, Milano, Mondadori.
Lévi-Strauss, C., 1955, Tristes Tropiques; trad. it. 1960, Tristi Tropici, Milano, Il Saggiatore.
Simmel, G., 1911, Die Ruine; trad. it. di G. Carchia 1981, La Rovina, «Rivista di Estetica», n. 8.
Speroni, F., 2002, La rovina in scena, Roma, Meltemi.
di Cecilia Guida
Il film “Il Pianeta delle scimmie” (1968) racconta la vicenda di un gruppo di astronauti che approdano su un pianeta sconosciuto dopo un viaggio di parecchi anni nello spazio. Nell’ultima scena il comandante della missione Charlton Heston si allontana a cavallo dopo essere sfuggito a un gruppo di scimmie, che lo volevano utilizzare come cavia per esperimenti. “Che cosa troverà là fuori, professore?” domanda Zira, la scimmia psicologa. “Il suo destino” risponde il professor Zarius. In una spiaggia desolata, un’ombra cade sulla figura di Heston. L’uomo guarda verso l’alto e scende da cavallo stupefatto. L’ombra è ciò che resta della Statua della Libertà, sepolta nella sabbia fino alla vita. Una rovina: la tavola che simboleggia i principi proclamati nella Dichiarazione d’Indipendenza è danneggiata, la fiaccola spezzata. Anche il pianeta delle scimmie è una rovina: si tratta della Terra distrutta da un enorme scoppio nucleare mentre gli astronauti viaggiavano nello spazio. Heston è l’ultimo superstite dell’ultimo anello evolutivo della specie umana.
Circa due secoli prima della realizzazione di questo film, un uomo con un mantello chiaro e un cappello a falde larghe siede sdraiato, come fosse una statua, su un capitello rovesciato. Si trova accanto a dei ruderi e davanti ai resti dell’acquedotto romano e alla tomba di Cecilia Metella. La scena rappresentata in “Goethe nella campagna romana” (1787) di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein ritrae il poeta quando si trovava a Roma per il Grand Tour. Questa immagine ha in sé sia la tradizione del ritratto che quella della veduta: la figura di Goethe è in primo piano mentre i monumenti romani alle sue spalle costituiscono lo scenario secondario ma fondamentale per la creazione dell’atmosfera. Quadri di questo tipo sono numerosi perché visitare e farsi ritrarre tra i ruderi della Roma antica andava di moda tra gli aristocratici europei sin dal ’700. In Francia e in Inghilterra ci fu una vera e propria mania per le rovine tanto che le famiglie sulle cui proprietà non esistevano resti antichi se ne fecero costruire di artificiali. Il pittore francese, Hubert Robert, si guadagnò addirittura il soprannome di “Robert des Ruines”, proprio perché dipingeva con sorprendente rapidità e facilità resti di edifici all’interno di paesaggi bucolici. Nella tela “Veduta immaginaria della Grande Galerie del Louvre in rovina” (1796) egli arrivò persino a immaginare un futuro non ancora avvenuto.
La scelta di partire da queste due immagini, per molti versi assai distanti, è legata al fatto che la prima esplicita alcuni elementi contenuti nella seconda. Elementi che a mio giudizio aiutano a comprendere perché le rovine ci affascinano così profondamente. Il film esprime la disperazione per qualcosa che è perduto per sempre, la tela la sensazione di armonia di Goethe che recupera in modo edonistico il rapporto con l’antichità classica con la consapevolezza di essere destinato a diventare a sua volta un classico per le generazioni future. In entrambi i casi l’uomo contempla il proprio destino e quello della propria civiltà. In modo immediato e perciò drammatico nel primo caso, in modo mediato e nostalgico, instaurando una sorta di continuum tra il passato e il presente, nel secondo. E’ questo cortocircuito temporale, a mio parere, uno dei principali fattori del fascino delle rovine.
Etimologicamente il sostantivo rovina (dal latino “ruina” da “ruere” che significa precipitare, cadere a terra) rimanda a una discesa, a un movimento dall’alto verso il basso. Le rovine evocano in chi le contempla la contrapposizione tra la grandezza passata della civiltà che le edificò e l’ineluttabile destino di declino di quella attuale, la tensione tra passato e futuro nel tempo presente, il contrasto tra ciò che permane e quello che si sgretola. Ma la rovina ci affascina anche per un ulteriore elemento. Essa nasce come dall’unione creativa tra uno stato e il suo contrario: la natura e la cultura, come la vita e la morte, la creazione e la distruzione. Ne “La rovina in scena” (2002) Franco Speroni sviluppa questo aspetto sostenendo che la grandezza tipica delle rovine non si dà come esperienza della perfezione del progetto ma della sua perfettibilità nella distruzione-costruzione. La coesistenza di forze tra loro antagonistiche produce un’unità formale nuova che risulta significativa in quanto contiene in sé la spinta a ulteriori processi creativi. Per dirla con Georg Simmel (1911) «la rovina è la sede della vita dalla quale la vita ha preso congedo ma ciò non è nulla di semplicemente negativo o di pensato all’occorrenza, come nelle innumerevoli cose che nuotano nel fiume della vita e che vengono gettate per caso nella sua riva ma che in base alla loro natura possono venire riafferrate dalla sua corrente». In altri termini, rovine, resti e residui sono spazi aperti in cui quello che rimane della storia e il presente condividono una spinta creativa. In che modo questa forza costruttiva si rende visibile? L’uso è una modalità. Il concetto di profanazione di Giorgio Agamben (2005) spiega bene questa idea: «Se consacrare era il termine che designava l’uscita delle cose dalla sfera del diritto umano, profanare significava per converso restituire al libero uso degli uomini. “Profano” si dice in senso proprio ciò che, da sacro o religioso che era, viene restituito all’uso e alla proprietà degli uomini». L’arte contemporanea attiva in modi diversi processi di riuso, oggettivazione e risignificazione delle rovine. A differenza del restauro e della conservazione, che sono operazioni che trasformano la singolarità di una rovina in un’immagine da cartolina, l’uso ne svela il suo carattere di dispositivo aperto, interpretabile e abitabile. Questo risulta particolarmente evidente in alcuni recenti installazioni. Si pensi ad esempio alle sculture che nel 2004 Mitoraj espose ai Mercati di Traiano a Roma. Le figure frammentate e mutilate evidenziavano la violenza e l’istinto autodistruttivo dell’epoca moderna in una chiave fortemente estetica e, attraverso una perfetta compenetrazione tra il contesto classico e l’arte contemporanea, creavano un punto di vista nuovo, affascinante e irripetibile. In qualche modo quelle statue restituivano ai Mercati Traianei restaurati il fascino delle rovine.
Se le opere di Mitoraj si inserivano nell’area archeologica in modo monumentale e spettacolare, opposta era l’idea alla base della mostra “Après le diner, sur l’herbe” di Roberto De Simone a Villa dei Quintili a Roma nel 2007. Si trattava di un progetto fondato sull’assenza: le installazioni sonore abitavano le rovine in modo impercettibile e invisibile riportando la vita in uno spazio immobile e sospeso nel tempo. Le opere suggerivano situazioni più o meno plausibili (il rumore di un ruscello accompagnato dal canto delle rane, centinaia di punti luminosi che disegnavano il movimento notturno delle lucciole, il canto di un grillo, il ruggito di un leone seguito dagli applausi di una piccola folla) e davano allo spettatore il compito di renderle visibili con la fantasia. La mostra era un dettaglio tra i resti bellissimi di Villa dei Quintili ed è un altro esempio di come il linguaggio dell’arte può usare uno spazio architettonico per costruire un senso diverso e produrre una nuova esperienza.
Un altro interessante processo di risignificazione delle rovine viene realizzato in Puglia. “Lu Cafausu”, questo il nome enigmatico del progetto, fa riferimento a una piccola struttura, una specie di pagoda stravagante, fragile e decadente localizzata in una piazza di San Cesario che è ciò che resta di un complesso architettonico più grande abbattuto nel corso del tempo per costruire delle palazzine. Lu cafausu oggi si trova al centro di una strada e non ha alcuna funzione ma ha avuto per decenni (o forse secoli) tanti e diversi usi: dimora per un orfano e il suo cavallo, pollaio, vespasiano, guardiola, sito punitivo, deposito di attrezzature agricole e coffee house. Per il carattere misterioso, la forma di rovina e la memoria dei suoi molteplici sensi, la costruzione è diventata l’ispirazione per quattro artisti - Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese e Cesare Pietroiusti - i quali hanno deciso di usarla come punto di partenza per scrivere delle storie e realizzare delle performance e azioni a Lecce, Rotterdam e New York. Per loro lu cafausu è un posto metaforico; un territorio di accumulazione di tempo, un’elaborazione delle contraddizioni estetiche e il simbolo della perdita di senso del mondo contemporaneo. Per questi motivi è un luogo che possiede un’intrinseca energia creativa di cui i quattro artisti si servono per svolgere interventi di vario tipo (distribuzione di tazzine di caffè, realizzazione di disegni che, in caso di vendita, perdono il loro valore economico, punto di arrivo di un surreale pellegrinaggio, ecc.) grazie ai quali lo spazio diventa ogni volta qualcos’altro.
Come si diceva all’inizio, la valenza negativa della rovina (intesa come perdita della funzione per cui era stata costruita) porta ad accostarla ai concetti di scarto e di rifiuto. Questo fa emergere un altro aspetto che si potrebbe definire il “paradosso delle rovine”: accanto al moto di discesa, alla decadenza, la rovina porta con sé un moto di ascesa. Il precipitare delle cose, l’azione del tempo, il franare del mondo in cenere, sabbia, terra, fango, polvere e…spazzatura (si pensi al “caso Napoli” sulle prime pagine dei giornali per alcuni mesi dello scorso anno) comporta anche una spinta, un movimento verticale verso l’alto, una resurrezione: la rovina, come lo scarto e il rifiuto, con l’accumulo e il tempo si trasforma in un “monumento analogo”. Un processo che è ben descritto in una delle “Città invisibili” di Italo Calvino, Leonia, che è la metafora della società dei consumi. Ogni mattina «i resti della Leonia di ieri aspettano il carro dello spazzaturaio» e Marco Polo, guardando attraverso le crepe delle mura della città, si domanda se la passione dei Leoniani sia l’espellere dal momento che gli spazzini sono accolti come angeli. Mentre i Leoniani sono presi nella caccia alla novità, «una fortezza di rimasugli indistruttibili sovrasta la città da ogni lato». Spesso accade che l’arte anticipi la realtà: come testimoniato dalle montagne di immondizia di Napoli... Tornando al nostro discorso, la produzione di rifiuti è parte integrante del processo produttivo ed è l’effetto della costruzione di ordine basata sul principio di utilità. Gli scarti e i rifiuti indicano la contrapposizione tra qualcosa che rimane e qualcosa che se ne va perché si consuma o non serve più; fanno riferimento a un eccesso, a qualcosa che non si assimila, non si integra e viene ricacciata fuori. L’analogia tra il concetto di rovina e quelli affini di scarto e rifiuto è presente all’interno della riflessione benjaminiana sul metodo della storiografia materialistica. Per Walter Benjamin mentre la storiografia borghese valorizza il detto e il visibile, il pienamente realizzato e soprattutto l’appartenenza a una tradizione culturale la cui capacità di riproduzione funziona come istanza di legittimazione, il materialismo storico lavora con il non detto e il non visibile, l’incompiuto, il sospeso e in particolar modo con quei materiali che quella stessa tradizione abbandona all’oblio e alla distruzione ritenendoli spuri e inutili. In un frammento della sezione N del “Passagen-Werk” (1982), in cui si tematizza il montaggio come metodo della storiografia materialistica, il filosofo tedesco afferma: «Non sottrarrò nulla di prezioso e non mi approprierò di alcuna espressione ingegnosa. Stracci e rifiuti, invece, ma non per farne l’inventario, bensì per rendere loro giustizia nell’unico modo possibile: usandoli». Scompare, quindi, ogni criterio gerarchico e di valore nella scelta dei materiali: i più alti prodotti culturali e i più bassi detriti della vita verranno trattati allo stesso modo non per farne un elenco bensì usandoli. L’arte con il riuso e la risignificazione degli scarti mette in discussione i processi della produzione e del consumo problematizzando la distinzione tra le categorie del rifiuto e dell’utile. La distinzione tra ciò che è rifiuto e ciò che ha valore viene annullata nel momento in cui il processo creativo conferisce allo scarto un valore non più legato alla catena del consumo. «Per me la spazzatura non è ciò che la società rifiuta ma un materiale utile che qualcuno ha lasciato in giro. Allora lo prendo io» affermava l’artista francese César.
L’attenzione per gli scarti è presente nella ricerca artistica del ’900 ma è cronologicamente legata alla produzione teorica delle avanguardie, le quali affrontano in modo polemico il rapporto tra forme espressive e flussi concreti della vita, tra estetica e vissuto. Un esempio per tutti è il dadaista tedesco Kurt Schwitters che tra il 1920 e il 1936 costruì nella casa/studio di Hannover una scultura composta da materiali di scarto di vario tipo e oggetti raccolti un po’ ovunque che battezzò “Merzbau” laddove la parola “merz” significa “merce”. Il sottotitolo è altrettanto degno di nota: “Cattedrale della miseria erotica”, in riferimento al venir meno della capacità attrattiva delle merci una volta consumate. L’installazione era in continuo allestimento, cresceva nel tempo e lentamente si fuse con la casa dell’artista arrivando a sfondarne il tetto. Nei “Merz” gli oggetti venivano accumulati secondo la legge del caso e la loro forma non rispondeva a un determinato progetto autoriale. Essi rappresentano l’esperienza della realtà attraverso i suoi frammenti carichi di memorie i quali, seppure non racchiudano il tutto, rimandano nella loro struttura all’incompletezza dell’esperienza, a ciò che non c’è e a quello che manca. Anche l’esponente più noto della Pop Art, Andy Warhol, diceva che le cose che vengono scartate hanno un grande potenziale di divertimento; per lui le scene dei film senza tagli erano molto più divertenti delle scene dove le cose sono tutte a posto. Ma sul riuso degli scarti per lo sviluppo di ricerche estetiche e poetiche diverse si potrebbe andare avanti a lungo e citare i “combine paintings” di Robert Rauschenberg, la Merda d’artista di Piero Manzoni, i resti dei pasti di Daniel Spoerri, le installazioni sonore di Jean Tinguely, gli scarti di tappezzeria di Alberto Burri, la Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto, ecc.
Oggettivazione, presa di coscienza, attualizzazione tornano anche nell’uso che l’arte fa dei ricordi; attraverso il recupero della memoria il passato diventa qualcosa al di fuori di noi, non solo un oggetto da analizzare e comprendere ma anche un frammento che l’uso restituisce al qui e ora attraverso i processi della produzione e del consumo culturale. Torna il parallelismo tra rovine e ricordi. In “Tristi Tropici” (1955) Lévi Strauss descrive bene il processo di oggettivazione caratteristico di entrambi: «Trascinando i miei ricordi nel suo fluire il tempo più che logorarli e seppellirli ha costruito coi loro frammenti le solide fondamenta che procurano al mio procedere un equilibrio più stabile. Un ordine è stato sostituito con un altro. Gli spigoli si assottigliano, intere fiancate crollano. Un antico particolare insignificante emerge come un picco mentre interi strati del mio recente passato si cancellano senza lasciare traccia».
Ma il fascino della rovina consiste anche nel risvegliare in chi la guarda la coscienza del tempo, nel ricordare (“remember” in inglese) una storia passata e, facendo ricordare (“remind”), nell’esorcizzare la paura dell’oblio. L’artista francese Christian Boltanski lavora sul concetto di tempo e di memoria. Nelle sue opere egli usa gli oggetti non per se stessi o per la loro forma ma piuttosto perché richiamano alla mente storie comuni e avvenimenti passati. Nell’installazione al Museo per la Memoria di Ustica di Bologna i resti del DC9 sono circondati da 81 specchi neri (tanti quanti il numero delle vittime) che riflettono l’immagine di chi percorre il ballatoio mentre dietro a ognuno di essi degli altoparlanti raccontano la vita e i pensieri che scorrevano nella mente di ognuna delle persone a bordo. Inoltre attorno a ciò che resta del velivolo sono disposte 10 grandi casse nere in cui sono raccolti decine di oggetti personali appartenuti alle vittime. Più che un memoriale in senso classico sembra che Boltanski abbia voluto fare un “allestimento” usando tutto ciò che resta della strage, materiali visibili e invisibili, oggetti e ricordi: vita e morte, passato e presente coesistono. Chi visita il memoriale è allo stesso tempo partecipe della tragedia (negli specchi che rappresentano le vittime si vede riflessa la propria immagine, su quell’aereo poteva esserci ognuno di noi) e spettatore di una messa in scena in chiave estetica: ci si immedesima nella vicenda e al contempo si guarda da fuori la rovina, quello che resta di quell’evento.
Boltanski in numerose installazioni alla memoria usa il formato degli almanacchi universitari americani, cosa che fa venire in mente Facebook, al momento il sito più diffuso tra quelli di social network. L’idea viene proprio dagli annuari con le foto di ogni singolo membro (facebooks, appunto) che alcuni college statunitensi pubblicano all’inizio dell’anno accademico. L’obiettivo iniziale del sito era infatti quello di far mantenere i contatti tra gli studenti delle università e dei licei, ora conta più di 100 milioni di utenti in tutto il mondo. Mi domando se i processi di risignificazione e di “riuso” della memoria siano presenti anche qui. Mi sembra che siamo di fronte a una forma ibrida dove la dimensione del ricordo e del suo riuso, al di là delle intenzioni di ognuno, assume comunque un impatto estetico. Si tratta di individui e comunità che realizzano una autorappresentazione di sé: frammenti di un passato individuale vengono buttati nella rete insieme a istantanee del presente in un frullato fatto di foto da bambino, immagini di cartoon, frasi senza senso o profonde, pezzi di vita decontestualizzati. Quello che emerge è un insieme estetico che con gli scarti e i resti delle nostre vite esprime l’essenza della società dell’immagine. L’esito finale è una manifestazione estetica collettiva in cui i singoli apporti individuali si disperdono nell’insieme.
Riferimenti bibliografici:
Agamben, G., 2005, Profanazioni, Roma, Nottetempo.
Augé, M., 2004, Rovine e macerie. Il senso del tempo, Torino, Bollati Boringhieri.
Benjamin, W., 1982, Das PassagenWerk; trad. it. 1986, Parigi capitale del XIX secolo, Torino, Einaudi.
Calvino, I., 1996, Le città invisibili, Milano, Mondadori.
Lévi-Strauss, C., 1955, Tristes Tropiques; trad. it. 1960, Tristi Tropici, Milano, Il Saggiatore.
Simmel, G., 1911, Die Ruine; trad. it. di G. Carchia 1981, La Rovina, «Rivista di Estetica», n. 8.
Speroni, F., 2002, La rovina in scena, Roma, Meltemi.
January 23, 2010
Illustre Scultura Polimaterica
Sabato 30 gennaio 2010 ore 21.30Link Associated
(via Fantoni 21/via Fanin, Bologna)
presenta:
ILLUSTRE SCULTURA POLIMATERICA
di Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese, Cesare Pietroiusti
(Lu Cafausu)
con scarti di:
Giorgio Andreotta Calò/Alessandra Andrini/Stefano Arienti/Emanuela Ascari/Emilia Badalà/Sergio Breviario/Annalisa Cattani/Umberto Cavenago/Cuoghi Corsello/Francesca Grilli/Nazzareno Guglielmi/Arianna Fantin/Luca Francesconi/Andrés Galeano/Matteo Guidi/Lucia Leuci/Michele Lombardelli/Eva Marisaldi/Maurizio Mercuri/ Margherita Morgantin/Stefano Pasquini/Alberta Pellacani/Nicola Pellegrini/Luigi Presicce/Fabrizio Rivola/Mili Romano/Marco Samorè/Luca Scarabelli/Daniela Spagna Musso/UnDo.Net/Luca Vitone/ZimmerFrei
a cura di Rita Correddu, Alice Militello
In concomitanza con ArteFiera 2010 il Link inaugura la sua stagione culturale. Per l'occasione, Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese e Cesare Pietroiusti realizzano un'unica grande scultura composta da "scarti di produzione”, messi a disposizione da più di 30 artisti e raccolti in un tour di 1500 km ca, assemblati a rifiuti di tipo ordinario.
Lu Cafausu è territorio d'accumulazione di senso, di svolgimento di senso. Di mancanza di senso. È quello che siamo e non siamo simultaneamente, (scandalosamente) senza scandalo. È ciò che stiamo diventando e quello che siamo non stati.
Al centro esatto di un lungo corridoio d'insalienze e fallimenti (una volta erano cipressi), passaggio per il limbo. È il nulla, segno oscuro, campo della disfatta.
È un presagio inaccessibile, luogo alieno.
È il varco per l'ade.
*Illustre Scultura Polimaterica sarà visibile fino al 28 febbraio secondo la programmazione del Link Associated.
In collaborazione con
Comune di Bologna, Ufficio Promozione Giovani Artisti
Quartiere San Donato
Hera
Info e contatti
infoartepubblica/at/gmail/dot/com
www.artepubblica.com
www.lucafausu.tk
www.link.bo.it
Come raggiungerci
- Servizio navetta: www.link.bo.it/navetta
- Autostrada uscita 9 direzione CAAB
_________________________
progetto artepubblica
www.artepubblica.com
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di Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese, Cesare Pietroiusti
(Lu Cafausu)
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a cura di Rita Correddu, Alice Militello
In concomitanza con ArteFiera 2010 il Link inaugura la sua stagione culturale. Per l'occasione, Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese e Cesare Pietroiusti realizzano un'unica grande scultura composta da "scarti di produzione”, messi a disposizione da più di 30 artisti e raccolti in un tour di 1500 km ca, assemblati a rifiuti di tipo ordinario.
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Al centro esatto di un lungo corridoio d'insalienze e fallimenti (una volta erano cipressi), passaggio per il limbo. È il nulla, segno oscuro, campo della disfatta.
È un presagio inaccessibile, luogo alieno.
È il varco per l'ade.
*Illustre Scultura Polimaterica sarà visibile fino al 28 febbraio secondo la programmazione del Link Associated.
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September 2, 2008
July 21, 2008
Dov'è casa?
Secondo appuntamento delle conversazioni pubbliche intorno al tema del nomadismo nelle pratiche contemporanee, un'investigazione a partire dall'architettura, nel suo rapporto col territorio e le reti sociali.Lu Cafausu: assenze, iperluoghi, transiti e permanenze
con Lucia Babina, curatrice indipendente e cultural producer; Emiliano Gandolfi, architetto, curatore e critico, nello staff di Aaron Betsky alla 11ª Biennale di Architettura di Venezia (Experimental Architectures al Padiglione Italiano ai Giardini); Luigi Negro, artista; Giancarlo Norese, artista; in collegamento dalla Fondazione Ratti di Como Cesare Pietroiusti, artista; da Bologna Emilio Fantin, artista e Angela Serino, curatrice indipendente.
Martedì 22 luglio, alle ore 20, aperitivo sulla terrazza
Roofgarden dell'Eos Hotel, viale Alfieri 11, Lecce
una collaborazione SoundRes, Eos Hotel e Vestas Hotels Resorts nel quadro di Mediterranea 2008
Dov'è casa?
Conversazioni pubbliche sull'idea di nomadismo con artisti, architetti, scrittori, curatori, coreografi contemporanei a cura di Luigi Negro e Alessandra Pomarico.
Tra gli ospiti Francesca D’Aloja, Edoardo Albinati, Lucia Babina, Emiliano Gandolfi, Angela Serino, Emio Greco, Pieter C Shoelten, Gordon Knox, Cecilia Galiena, Adrian Paci e Steve Piccolo
Dal 18 luglio al 10 settembre la quinta edizione di Sound Res presenta, in collaborazione con Eos Hotel, una serie di conversazioni pubbliche nell'ambito della rassegna Mediterranea Estate 2008, promossa dall'Assessorato alla Cultura e allo Spettacolo del Comune di Lecce.
Il progetto di residenza Nomads in Res interroga le nuove forme di nomadismo e le pratiche culturali contemporanee dalla terrazza di un hotel, luogo simbolo o simulacro di una nuova e sempre più diffusa idea dell’abitare.
All’interno della “modernità liquida”, nella nostra società complessa e globalizzata, ci si interroga sulle trasformazioni che operano gli artisti, gli architetti, i designer, i curatori, i direttori di istituzioni culturali e di ricerca internazionali, gli scrittori, i musicisti che continuamente attraversano mondi diversi, contribuiscono a creare sconfinamenti o ribaltamenti, leggono, traducono, e incidono sul reale attraverso i propri strumenti.
Gli appuntamenti prendono il via venerdì 18 luglio con l’incontro dal titolo “La prigione: una casa non casa. Raccontare il dentro e il fuori” con la partecipazione di Francesca D'Aloja (scrittrice, regista e attrice) e Edoardo Albinati (scrittore).
Martedì 22 luglio si terrà l’incontro “Lu Cafausu: luoghi, assenze, iperluoghi, territori, transiti e permanenze" con la partecipazione Lucia Babina (curatrice indipendente), Emiliano Gandolfi (architetto e curatore per il NAi e del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia 2008) con Luigi Negro, Giancarlo Norese, Cesare Pietroiusti ed Emilio Fantin.
Domenica 3 agosto l’incontro "Appartenenze multiple e frontiere del corpo nella danza contemporanea" vedrà la partecipazione di Emio Greco (danzatore e coreografo) e Pieter C Shoelten (drammaturgo e regista). Il coreografo offrirà inoltre ai danzatori professionisti italiani e salentini l'opportunità piuttosto unica di un seminario intensivo dal titolo “Double Skin/Double Mind” (sabato 2 e domenica 3 agosto dalle 10.30 alle 14.30 presso i Cantieri Koreja).
Lunedì 25 agosto il tema "Nomadi in residenza: programmi di residenza e di mobilita' per artisti glocali" sarà discusso da Gordon Knox (direttore Humanities Lab di Stanton) e Cecilia Galiena (artista).
Venerdì 5 settembre Adrian Paci (artista) e Steve Piccolo (artista e musicista) parleranno de "L'artista e le migrazioni. Una storia di vita riflessa nell'opera d'arte".
L’ultimo appuntamento è fissato per il 10 settembre con la curatrice indipendente Katia Anguelova che parlerà di "Esotismo e costruzione identitaria nel sistema dell'arte contemporanea".
Quest'anno Sound Res è concepita come residenza diffusa e multidisciplinare, che dalla musica si apre alla danza, all'arte, e si articola in momenti diversi di creazione, produzione, formazione, riflessione e incontro con alcuni protagonisti della cultura internazionale e attorno ai temi più urgenti della contemporaneità.
Concerti, seminari, conversazioni pubbliche, convivio, prime mondiali e nuove produzioni per un Sound Res che di volta in volta si trasforma in Dance Res, Art Res e Nomads in Res, confermandosi contesto aperto e dinamico, luogo d'incontro e di networking per la ricerca artistica, catalizzatore di idee e progettualità di rilievo internazionale. Oltre che occasione di sviluppo e di scoperta di un territorio singolare, il Salento.
Sound Res 2008, programma di residenze multidisciplinare, a cura di David Cossin, Alessandra Pomarico e Luigi Negro, organizzato da Loop House, Coolclub e Res, con il sostegno di Regione Puglia, Provincia di Lecce, Comune di Lecce, Comune di Casarano, Gruppo Italgest, Eos Hotel; con il patrocinio di Comune di San Cesario di Lecce e Conservatorio Tito Schipa di Lecce; con la collaborazione di 11/8 Records, Cantieri Teatrali Koreja, Vini Apollonio, Radio Popolare Salento, Musicaround.net e Salento Web Tv.
Info 0832303707 – www.soundres.org
June 23, 2008
[1]. LAST WEEK
Last Tuesday
Giancarlo Norese & Luigi Negro presented: A False Luke (Lu Cafausu) – a Collaborative project by artists Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese and Cesare Pietroiusti.
It was an interesting discussion (completely in TXT chat) which was translated from italian to english as we went, and the discussion went in many different directions, turned kind of haywire, and ended abruptly – completely in line with the project itself. It was really good!
—Scott, Basekamp
Giancarlo Norese & Luigi Negro presented: A False Luke (Lu Cafausu) – a Collaborative project by artists Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese and Cesare Pietroiusti.
It was an interesting discussion (completely in TXT chat) which was translated from italian to english as we went, and the discussion went in many different directions, turned kind of haywire, and ended abruptly – completely in line with the project itself. It was really good!
—Scott, Basekamp
October 15, 2007
Forgotten Sculptors: 1. The Nanocafausu

Lu Cafausu, San Cesario di Lecce, Italy. Photo Maurizio Buttazzo
Dusk. I knew my way around that suburb. Lu Cafausu was in the reflection on a puddle, together with a scrawny pink pepper tree. Surrounded by tract houses and condos that still emitted odors of construction dust and mortar. It looked like a Cyclops with a droopy single eyelid. The totally ungovernable nature of its beauty, and at the same time its complete autonomy with respect to my sentiments, had never been so clear before. It had been raining for days, and a dark dog had taken shelter under the roof: from a distance the dog was just a blotch, like a little tar pit.
Two hours later I was in a room full of Canon printers: Professor C was seated in front of me, in his studio at the Nanotechnology Research Group. I had explained things to him openly: I felt a physical need to contain that place, to incorporate it in me. Lu Cafausu had to be able to travel thanks to my body, I wanted to become its vector, I felt an urgent need to hide it, wrapping it inside me like a fetus. To become its living frame. I also told the professor that the first time I talked about this with Cesare (a mutual friend) he immediately urged me to swallow it. SWALLOW IT. I was fascinated by the word, more than the act in itself. Digestive processes exist to transform or to expel, but the nano-Cafausu would never have to be transformed.
Talinjit was from New Delhi and had been Professor C’s assistant for a couple of years. Together, with boundless patience, they tried to explain how I should guide the flywheel with which I could create, “freehand”, the nanosculpture of Lu Cafausu. Later, though, we would have to come up with about 10,000 euros: the average cost of a hypothetical material with which to “work”. Otherwise, the use of the laboratories and the work of the team were free, because everyone seemed to like the idea. But something seriously bothered me; in that moment I tried out my sculpture using a material that was easy to shape, but toxic:
«It’s the most ductile and flexible of all elements, but it is not suitable. This is because we cannot know what will happen inside your body in ten years’ time. We can inject it into a muscle, under the skin, or if you prefer we can use a long needle to place it in the parenchyma of an organ. No one can tell you what will become of your little Cafausu if it starts to freely circulate inside your organism...»
The fact is that I continued to complicate matters. I thought about a material that would remain stable, in its shaped form, only inside a living human being. I imagined my death and Lu Cafausu as it came apart within me, with me.
I took some journals home with me that day: “Mechanical and Electrical Behavior of Carbon Nanotubes”, “Rivista Italiana di Compositi e Nanotecnologie”.
Over the next few days the attempts to construct a form similar to the Cafausu failed repeatedly. The scientists who were helping me thought it was excellent news and tried to convince me to abandon my sculptural compulsion, saying I would not be able to achieve much more, even after a full year of trying. I remember that during the first days they kept urging me to make a computer-aided construction, based on a photograph but the results seemed cold, impersonal, like an architectural model. It wasn’t the work I wanted to contain, to carry, to feel, to frame. The sculpture had to be less like a caption, it should have been more symbolic, more emotional. At a certain point Talinjit, without taking his eyes off the monitor, said that I was building myself a non-functional organ.
(Translation: Steve Piccolo)
Forgotten Sculptors is a project by Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese and Cesare Pietroiusti, produced by SculptureCenter in the context of PERFORMA07, the second biennial of new visual art performance. Part of the project consists in a series of short email stories like this one. A performance by the four artists with the participation of Joan Jonas and Steve Piccolo will be held at Sculpture Center on November 3rd at 3pm. As a final step to the project, the artists will invite everyone to join them in a collective performance that can take place at home, on Sunday, November 18th. For more info on how to participate, please email forgottensculptors@sculpture-center.org
With the support of the Italian Cultural Institute, New York
Thanks to the Nanotechnology Research Group, Lecce
SculptureCenter
Founded by artists in 1928, SculptureCenter is a not-for-profit arts institution dedicated to experimental and innovative developments in contemporary sculpture. SculptureCenter commissions new work and presents exhibits by emerging and established, national and international artists.
SculptureCenter
44-19 Purves Sreet
Long Island City, NY 11101
t 718.361.1750
www.sculpture-center.org
PERFORMA07 (November 1-20, 2007) is the second biennial of new visual art performance presented by PERFORMA, a non-profit multidisciplinary arts organization dedicated to exploring the critical role of live performance in the history of twentieth century art and to encouraging new directions in performance for the twenty-first century. www.performa-arts.org
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June 27, 2007
Cafausic, an adjective
The Cafausu is a sort of metaphorizing device, a mark for identifying some absurd contradictions concerning aesthetics, architecture, landscape, beauty of our time; and also an adjective: "Cafausic", related to
self-abandon
self-abuse
self-accusation
self-admiration
self-condemnation
self-creation
self-deception
self-delusion
self-denying
self-destruction
self-devotion
self-doubt
self-dramatization
self-expression
self-flattery
self-glorification
self-justification
self-knowing
self-limiting
self-locking
self-loving
self-parodying
self-perpetuation
self-portrait
self-regard
self-regulation
self-renunciation
self-respect
self-revelation
self-sacrificing
self-satisfaction
self-styling
self-sufficiency
self-understanding.
Here you find two tripods at SoundRes.
self-abandon
self-abuse
self-accusation
self-admiration
self-condemnation
self-creation
self-deception
self-delusion
self-denying
self-destruction
self-devotion
self-doubt
self-dramatization
self-expression
self-flattery
self-glorification
self-justification
self-knowing
self-limiting
self-locking
self-loving
self-parodying
self-perpetuation
self-portrait
self-regard
self-regulation
self-renunciation
self-respect
self-revelation
self-sacrificing
self-satisfaction
self-styling
self-sufficiency
self-understanding.
Here you find two tripods at SoundRes.
May 29, 2007
May 21, 2007
Moroloja, the chant of the dead

Like a reawakening, as if the little space inside the Cafausu had expanded. I’m dressed up, in a shirt and tie I haven’t worn for ages, perfectly still. Maria Concetta slides eyeglasses into position on my head, then emits a long shout. At first I don’t understand that it is the prelude to a chant. A melodious lament that goes on for hours, hypnotic, anguishing: the Moroloja, the chant of the dead. Somebody pays her to do it, I’m not sure whom, also because I’m not supposed to be dead and in any case I don’t even know what is supposed to have killed me. All I know is this lamentation, this woman who just a few minutes ago was stealing my gold and my watch. Now she’s crying (tearlessly) and singing my praises. She seems to know me, as if we’d met time and again for years. I am on the ground in the Cafausu, surrounded by people I’ve never seen before. Maria Concetta wails and cries, shaking her head, mussing her hair, shaking. She holds a kerchief in one hand. Candles and rotting flowers waft a putrid odor of lavender and coffee. I feel like throwing up but I can’t. Evidently the dead are not allowed to vomit. The “chiangimuerti” is sweating now, swimming toward a spoken tone, but then her inebriating sobs return, another spasm of grief. I can hear the way she avoids the pleasures of singing, out of respect, eschewing the harmony of the musical structure, keeping a perfect balance between groan and tune. I start to pay attention to the words. They express no Christian concepts of death or resurrection, no mention of Christ, Mary, saints.
After life there is only dissolution, “dark night”. I listen to an appeal to Thanatos, death personified, and to the fairy Fate, with her dramatic power of dominion and destiny. I think I can salvage a memory: my grandmother, Vicenzina, became senile when she was about eighty, and would often sing a song by Orietta Berti:
"Stretti stretti nell’estasi d’amor la spagnola s’amar così bocca bocca la notte e il dì."
Then she would immediately cut it short, and lose herself in a wailed lament:
Ohimmè, Sorte noscia." (Oh my… such is our Fate)
May 6, 2007
A False Luke in Rotterdam
Contemporary Passages: temporary roots and interweaving paths
25 May – 1 July 2007
A project by Angela Serino for TENT, Rotterdam.
Other than in the recent past, where moving was an exceptional experience and journeys were finite, today more people move for temporary periods of time and in multiple directions, driven by curiosity, material need or practical necessity.
This creates a new complex geography where people carrying different perspectives, values and modernities repeatedly criss-cross each other “along turbulent lines rather than straight trajectories” (N. Papastergiadis). In such a context, other forms of collectivity and ways of relating to space emerge, which require and shape new combinations of geographic distance and intimacy, physical proximity and knowledge and familiarity.
Inspired by these observations, Contemporary Passages – via an exhibition, a public discussion and a film screening - explores the relationships between subjects and places, physical sites and community dynamics that occur while we live and move between multiple spaces, time zones and cultural contexts.
25 May – 1 July 2007
A project by Angela Serino for TENT, Rotterdam.
Other than in the recent past, where moving was an exceptional experience and journeys were finite, today more people move for temporary periods of time and in multiple directions, driven by curiosity, material need or practical necessity.
This creates a new complex geography where people carrying different perspectives, values and modernities repeatedly criss-cross each other “along turbulent lines rather than straight trajectories” (N. Papastergiadis). In such a context, other forms of collectivity and ways of relating to space emerge, which require and shape new combinations of geographic distance and intimacy, physical proximity and knowledge and familiarity.
Inspired by these observations, Contemporary Passages – via an exhibition, a public discussion and a film screening - explores the relationships between subjects and places, physical sites and community dynamics that occur while we live and move between multiple spaces, time zones and cultural contexts.
March 31, 2007
A False Luke (Lu Cafausu)

A while ago, before the summer, in the courtyard at Careof in Milan, Efrem, a guy with a beard, told me he came from San Cesario: «I live on the edge of town, at lluca fausu», he said, with that sly Salento accent. I thought: «He lives in a false Luca, at Luca-the-fake… whatever.» Over the next few days, for no apparent reason, I kept thinking about this fake Luca. A couple of months later we were driving through San Cesario, Alessandra had a blue wig, it was three in the morning and we were on our way home from a party. We had ingested red wine, rum and chinotto, and I had chewed some mint leaves. «I want to show you something – she said. Have you ever heard of the lu cafausu?» I couldn’t believe my ears. Around two bends and down two one-way streets (the wrong way, she was driving) and there was the fake Luca. A dozen buildings surround what might almost be called a piazza. At its center stands a strange structure (more of an “object”) in crumbly masonry, a weird sort of pagoda with a Middle Eastern air (a crescent moon on the roof), fragile, almost an eyesore. Efrem’s neighborhood doesn’t take its name from some dishonest Luca, but from a “coffee house” (twisted by local dialect into “lu cafe-haus-u”) that has been many little things for many long decades: a gathering place for peasants, a gazebo that provided shade for noblemen and English officers as they sipped tea, a dwelling for a young orphan and his white horse, a henhouse, a toilet, a garage for a Lambretta, a sexual trysting place, a farmer’s tool shed, an illegal gambling joint, a dream object and, last but not least, the site of performances by four artists. It was and is an inadmissible spot, a territory of accumulation and absence of meaning. A metaphor, perhaps, of what we might become.
(Translation by Steve Piccolo)
a False Luke (Lu Cafausu), a collaborative project by artists Emilio Fantin, Luigi Negro, Giancarlo Norese and Cesare Pietroiusti. January 26 (7-10 pm) – March 04, 2007
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