January 15, 2011

Four Blindfolded Dialogues and Transcripts

Steve Piccolo, Milano
Mon, 6 Aug 2007 14:16:37

I’m writing this in English because I’m blindfolded and I can’t find the accents on the keyboard in Italain. This is the final segment of an hour spent in various sensory depraivation modes in an attempt to generate some kind of long distance psychich contact among our group. At first I was expecting a signal on Skype as plannned, but then I realized that the short text msg on the phone was the only hint to begin. I thought of Emilio and realized that was how he would do it. I put on my glasses with paper taped over the lenses. I thought a partial blindfold might resemble, more closely, the post-op condition of Luigi. A bit of peripheral vision, light that enters from the sides, not impossible to get oriented in a room, but impossible to actually do anything constructive. Or not?

I was holding my guitar when the experiment started so I began playing. Thirty minutes of so passed in a flash, the playing was long and slow and meandering, much more concentrated than usual, very patient about thematic development, returning again and again to growing patterns. I was playing for Luigi and for everyone who mighht be listening.

Then I realized that this was just too damn easy. For a musician, being deprived of sight is a boon, at least for playing. Just look at this text I have typed without ever removing the blindfold. I can’t see it, but I’m sure it has very very few mistakes. Myfingers can tell what is happening. There is probalbly a mistake near ‘fingers’, and probably another one near the start of this sentence.

I thought maybe I should try being deaf instead of blind. So I removed the blindfold. It was true, a half hour had passed. I found my super earplugs in the bathroom and stuffed them into my ears. Now it was possible to take a piss, to smoke a cigarette, all things I had been putting off because being sightless made them difficult. I thought about Luigi and realized that this solution was also too easy. So I put the papered bglasses back on. At this point I was semi-deaf and semi-blind. Void. Noresian silence. I wondered how Luigi manages to use the microtrack to make recordings if he can’t see. I know that machine very well, use it every day, I can even find it in the mess on my work table with my papered glasses on. So I tried recording something. It was nearly impossible.
Not enough audio feedback signals for the functions.
Even with earbuds instead of earplugs it wasn’tpossiblel to really get any work dpme.

Suddenly the time got endless. We were all just sitting there, I thought, Cesare, Luigi, Giancarlo, Emilio, me. Or lying down. I had set my mobile phone alarm so I’d know when the hour was up. Maybe it wasn’t working. Maybe I set it wrong.It seemedlike much more than an hour had passed. I could imagine the others, blindfoldied, mpo longer trying anything in particular, just resting or waiting for the end of the experiment. I knew they were doing that, but they might also have fallen asleep. After lucnch. I felt lonely. The visible objects around us keep us company, looking at them fills up time, adds a rhythm of references to things and when that rhythm is gone everything slows down.

I wondered if the others were really doing the experimnt or if I was the only one, sitting in my hot studio in Milan weeearing glasses with paper taped over the lense. So I saaat down at the computer and started writing these thoughts, before they vanished, like dreams in the morning. In the middle of the process the mobile phone alarm went off. The hour was up. In that split second something hit me. The body, the body detached from its surroundings by sensory closure. It wasn’t necessary but I put on a real blindfold and put the earplugs back in and concentrated on the image that was growing. It was a sexual fantasy, and in this blocked condition it was particularly vivid. The goddess smiled and told me that bodies can heal themselves especially when they know desire and cultivate it in union with other bodies. She beckoned to me, I reached out and caressed the column of hot air blowing out of the fan on my desk…

So in a way I blew it. The hour is up and finally, now, I have some positive energy to send. Hope it’s not too late.


Cesare Pietroiusti, New York
9 agosto 2007, 5.05

Dunque trascrivo gli appunti che ho preso subito dopo l'ora passato bendato. Contesto: ero a casa, alle 9 di mattina, Carolyn e Pinki dormivano. Ho usato una benda da aereo che non lasciava filtrare quasi niente di luce, comunque sono stato per lo più con gli occhi chiusi, salvo in un paio di occasioni in cui li ho aperti automaticamente, come risposta a un rumore improvviso.

Subito ho notato la lentezza dei movimenti e dei gesti e ho pensato che, a parità di tempo, si possono fare meno cose in tale condizione. Poi ho pensato al fatto che bisogna avere una maggiore attenzione alle proprie memorie a breve termine: bisogna ricordare dove si è appena lasciato il bicchiere, per esempio, per non rischiare di romperlo... è un po' come se tutte le "situazioni" pre-esistenti (oggetti, mobili, persone) debbano essere presenti alla memoria.

Ho notato l'importanza dei rumori che si producono: i passi sul pavimento, l'urto contro un oggetto, tutto contribuisce a dare informazioni sulla propria posizione e sui rischi che si stanno correndo, ma c'è anche un aspetto di puro e semplice piacere nel sentire i rumori che si producono abitualmente con una nuova intensità e precisione. A un certo punto ho acceso la radio e ho dovuto mettere il volume bassissimo, molto più basso del normale, perché la musica mi disturbava e mi confondeva (in genere mi succede il contrario).

Ho pensato che un appropriato sistema di segnali sonori associati a ogni oggetto, anche piccolo, di una casa, consentirebbe di muovercisi con la stessa velocità e precisione come se ci si vedesse. Le mani (in piccola parte anche i piedi) delimitano continuamente un "campo", fatto in genere di linee dritte o di angoli netti, in cui, momento per momento, ci si può muovere e si può agire: i punti di riferimento spaziali (la linea dritta di un armadio, l'angolo di un rivestimento sul muro) sono fondamentali e usati continuamente.

Ho avuto la sensazione di essere stato sempre presente a me stesso, in una specie di costante auto-osservazione, e che ci fosse un costante flusso di pensieri legati alla particolare situazione che veniva prodotto (e che, probabilmente, pensavo, non sarei stato in grado di recuperare...). Solo in un determinato momento (probabilmente verso il 40º minuto) ho abbandonato questa situazione di auto-osservazione e mi sono sentito "normale", non in condizione di deprivazione né in una situazione di esperimento.

Mi sembrava di avere molte idee, anche interessanti... ma non saprei dire quali fossero. Forse quella di fare l'ultima parte dell'intervento per S.C. "a distanza" dialogando con il pubblico in una qualche situazione di deprivazione tipo questa, per email.

La cosa che mi ha dato più fastidio è stata la confusione dentro il frigorifero (troppe cose, mescolate disordinatamente). Ho pensato che per chi ha problemi gravi di vista, è necessario un grande ordine e poche cose.

A un certo punto ho sentito qualcuno che si muoveva per casa e mi sono sentito un po' in imbarazzo (anche se tutti erano stati avvisati che avrei fatto questo esperimento). Però quello è stato l'unico momento in cui stavo per togliermi la benda. peraltro credo che il rumore che avevo sentito
provenisse da fuori.

Durante l'ora da bendato ho fatto colazione (latte di riso, pane abbrustolito con burro). Nonostante quello che mi aspettavo il senso del gusto non è affatto aumentato durante questa esperienza; al contrario, mi è sembrato di avere un gusto molto atrofico, e quasi di non essere in grado di sentire nemmeno che alcune parti della fetta di pane che avevo tostato erano, in effetti, bruciate.

Complessivamente però l'esperienza ha avuto degli evidenti caratteri "sensuali" – si sente l'aria, si sente molto di più tutto – con una discreta "erotizzazione" (diciamo così) del mio stato mentale dopo l'ora passata bendato.

In modo esplicito nessuno di voi mi è venuto in mente. Ho "visto" solo Luigi, due o tre volte, con degli occhiali a volte opachi, sempre accompagnato da una ragazza...


Giancarlo Norese, Novi Ligure
6 agosto 2007

un'ora bendati (tentativo di trasmissione del pensiero)

Paura (prima parola).
Fischiano tantissimo le orecchie.
Io + Luigi = un uomo morto.
Africa.

(Pausa, causa panico. Mi tolgo la benda e la rimetto)

Emilio: Mi sentite?
Giancarlo: OK.
Luigi: Nonostante il fischio... Potete capirmi meglio, ora.
Cesare: Debbo dire che è una condizione non male, per certi versi…
L.: Aspetta a dirlo, vedrai.
G.: Io mi sto cagando sotto…
E.: Devo dire che ha qualcosa di grottesco, questa condizione. Ma ditemi, voi che fate? Siete in piedi o seduti?
L.: Io a letto.
C.: In piedi, sto cercando di bere.
G.: Seduto, sto scrivendo di voi, a ciò che pensate.
E.: Anch'io sono in piedi.
C.: La cosa lampante è che i suoni assumono tutta un'altra dimensione, oserei dire inquietante.
E.: Sentite, posso chiedervi quale film avete visto ultimamente?
L.: Io nessuno…
C.: Io ho visto uno strano film di Antonioni fatto con un cinese e un altro tizio, "Eros".
G.: Io un magnifico film di Aldo Lado (che sembra uno che usa sempre le stesse lettere), degli anni 70; in francese si intitola "Je suis vivant", è la storia di uno in catalessi che cerca di ricordare il proprio passato ma che alla fine subisce un'autopsia, pur essendo ancora vivo.
E.: (incomprensibile)
L.: Direi che ha un po' a che fare con la nostra situazione: cercare di parlare senza avere la facoltà del linguaggio, isn't it?
C.: Come un trapezista senza trapezio.
Steve: Ehi, ci sono anch'io!
Maddalena: E pure io…
G.: Stavo giusto pensando alla tua voce che ci legge le storie del Cafausu…
S.: That's why you've heard something in English.

(Mi addormento. Alle 16 suona la sveglia)


Emilio Fantin, Bologna

Immagine centrale: siamo tutti riuniti vicino a un albero secco, vedo chiaramente tutti, una grande albero secco. Luigi ha i suoi occhiali da sole e sento la sua voce dire: non abbiamo trovato questa figura. Tutto intorno il deserto.
Inizio con questa immagine perché è l'unico momento in cui mi rendo conto di avere una visione non voluta, assolutamente imprevista (non sto sognando, sono perfettamente conscio); accade pressappoco a metà e dura pochissimo. Il resto del tempo mi sforzo di entrare nella testa di Luigi per assorbirne il dolore, l'inquietudine, la preoccupazione. Mi domando che cosa sia questo "gioco" rispetto alla sofferenza vera.

Inadeguato e insufficiente, così mi sento, ma porto il pensiero agli altri: Cesare, Giancarlo Steve e Luigi naturalmente. Il fatto di sapere che altri sono bendati come lo sono io mi consola e mi sembra di percepire una forza vera, composita, che spinge verso Luigi. Si agitano davanti a me forme nere su nero, fluttuanti. Poi mi acquieto e passo un periodo di transizione apparentemente senza trovare connessione alcuna. Ora ho un ago di una siringa che mi trafigge l'occhio, per sottrarmi a questa sensazione dondolo la testa a destra e a sinistra ma non passa così velocemente.

Usciti da questa situazione inquietante segue un nuovo un periodo di calma indifferente. Poi mi viene un colpo di sonno che combatto ributtandomi dentro la testa di Luigi e ascoltando l'emicrania (la sua). Mi rendo conto che a volte associo le persone a delle immagini che già conosco, come per esempio cesare che nell'appartamento di Manhattan siede semisdraiato vicino alla finestra. Si deve fare attenzione a separare le immagini della memoria (già vissute) con quelle che appaiono del tutto nuove.

Sono di due tipi diversi. Le prime sono legate alla conoscenza e ai rapporti avuti in precedenza con i partecipanti. È per questo che sento steve più lontano di gianca e cesare, forse perché non ho molte immagini da associargli. Durante tutto il tempo, a più riprese e a fasi alternate, ascolto la forza della condivisione tra noi cinque ma è allo stato istintivo e non riesco a selezionare le varie forze individuali. A un certo punto, credo verso la fine, sento la voce di qualcuno di noi (una voce metallica), non ricordo cosa dice, ma l'immagine che riflette è un rettangolo (uno schermo?) buio, nero.

Passa qualche istante e la voce di cinzia mi avverte che sono le quattro e dieci: sono sorpreso, pensavo di dovere restare al buio più a lungo, è già passata un'ora.  Sento il bisogno di comunicare subito quello che in me è ancora fresco e vivo. Ho la sensazione di avere ancora molte cose da dire ma non sono in superficie, mi manca l'altra parte di "noi", cioè voi, per acciuffarle.